Martedì, 04 Ottobre 2022

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Notizie ANSA

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“Classi pollaio” anche in Basilicata N.104 24/12/2011

“Questa classe non è un pollaio!”. Sarà capitato a tutti di ascoltare questo ammonimento da parte dell’insegnante di turno nel lungo percorso scolastico personale. Senza sapere, però, che in realtà in quella frase c’era una verità di fondo. In questi giorni, infatti, numerose classi di vari istituti scolastici hanno avuto la certificazione ufficiale di “classi pollaio”. Si tratta, in sostanza, di classi che ospitano un numero di studenti superiore rispetto alle effettive capacità di accoglienza. Il Ministero dell'Istruzione è stato costretto a pubblicare l’elenco degli istituti scolastici non idonei a garantire l’accoglienza dei propri studenti in rapporto alla grandezza delle aule. La pubblicazione della lista nera, fino a questo momento tenuta segreta, è stata resa obbligatoria in seguito alla sentenza del Consiglio di Stato che ha accolto la class action promossa dal Codacons. Gli istituti scolastici presenti in tale elenco nazionale, pubblicato dal Codacons sul blog www.carlorienzi.it, non dovrebbero superare il numero di alunni indicato dalla legge pre-riforma Gelmini e dovranno essere messi in sicurezza e adeguati al più presto. Nell’elenco figurano anche 220 istituti scolastici lucani. I problemi dell’edilizia scolastica riguardano quasi tutti i comuni delle due province e interessano immobili di scuole di ogni ordine e grado: dalle materne fino alle superiori. Si parla di “classe pollaio” quando sussistono tali condizioni: classe formata con più di 25 alunni; classe formata in aule con dimensioni inferiori a 45 mq netti (48 per le superiori) più 2 mq netti per ogni persona presente in aula diversa dall'alunno (insegnante di sostegno, esperto esterno, compresenza, ecc) e con un numero di alunni superiori ai 25; classe formata con qualsiasi numero di alunni ai quali non è garantito l'indice minimo di 1,80 mq netti procapite (materne, elementari e medie) e di 1,96 mq netti procapite per le superiori; classe formata da più di 25 alunni in aule con superficie inferiore ai 45/50 mq netti. Gli istituti interessati dovrebbero provvedere agli adeguamenti entro dieci anni. In sostanza sussiste un obbligo di ristrutturazione, ma con una tempistica molto “comoda”. Nel frattempo sarà garantita la sicurezza e l’incolumità degli studenti e del personale docente e tecnico-amministrativo? I “polli” nelle classi–batteria aspettano una risposta. Già nel mese di giugno il Tar aveva ordinato all’allora ministro Gelmini di emanare il piano generale di edilizia scolastica, così come previsto dal decreto n. 81 del 20 marzo 2009, contenente norme per la riorganizzazione della rete scolastica e il razionale ed efficace utilizzo delle risorse umane. La decisione del Consiglio di Stato ha rigettato il ricorso presentato dal ministero. Ora si dovrebbe, pertanto, aprire la strada alla riqualificazione sistematica dell'edilizia scolastica. Secondo una statistica stilata dal ministero sarebbero 17 su 100 le aule che nel corrente anno scolastico ospitano più di 25 alunni: oltre 62 mila classi che, in caso di incidente e conseguente sgombero, potrebbero ritrovarsi a fare i conti, di fatto, con violazioni della normativa antincendio e di sicurezza. Non è tutto. Sulla base della pubblicazione di questo elenco i precari della scuola possono sperare di non essere licenziati a causa dell'aumento di alunni per classe e conseguente contrazione dell'organico e possono, pertanto, mobilitarsi per ottenere il contratto di lavoro a tempo indeterminato. In tal senso si è espresso anche il Tribunale di Trieste che ha accolto il ricorso di alcuni insegnanti precari, condannando il Ministero dell'Istruzione a ricostruire la carriera dei ricorrenti e corrispondere a tali docenti le differenze retributive maturate per effetto della ritardata assunzione. Sulla base di queste condizioni sono già 80 i ricorsi inoltrati anche in Basilicata. Un viaggio nel mondo della scuola, pieno di problemi strutturali e organizzativi non di poco conto; un viaggio d’istruzione: il dubbio è che, forse, l’apostrofo a questo punto sia pure superfluo.

 

Pubblicato sul settimanale Il Resto N.104 24/12/2011