Martedì, 04 Ottobre 2022

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Attualmente redattore del mensile Mistero

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Notizie ANSA

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Poveri noi N.50 20/11/2010

“Poveri noi!” è un’esclamazione, spesso abusata, nel linguaggio comune per indicare che la situazione non volge al meglio. Sempre di più, però, questa espressione assume una valenza che trova un riscontro assoluto nella realtà. Per un gioco beffardo del destino non è aliena la possibilità di vedere gente, spesso anziana, frugare nei pressi dei cassonetti. Un ritorno necessario al superfluo. Nell’immondizia si ritrova il superfluo che non era poi così superfluo. Un riciclaggio personale e prêt-à-porter che è al contempo un riciclaggio anche della dignità. In Italia, nel 2009, le famiglie in condizioni di povertà relativa (parametro che esprime la difficoltà nella fruizione di beni e servizi in rapporto al livello economico medio di vita) sono state 2 milioni 657 mila, il 10,8% delle famiglie residenti; si tratta di 7 milioni 810 mila individui poveri, il 13,1% dell’intera popolazione. La soglia di povertà relativa per una famiglia di due componenti è pari alla spesa media mensile per persona che nel 2009 è stata di 983,01 euro (-1,7% rispetto al valore della soglia nel 2008). Nel 2009 il Mezzogiorno ha confermato, quindi, gli elevati livelli d’incidenza della povertà raggiunti nel 2008 (22,7% per la relativa, 7,7% per l´assoluta) e ha mostrato un aumento del valore dell´intensità della povertà assoluta (dal 17,3% al 18,8%), questo dovuto al fatto che il numero di famiglie assolutamente povere è rimasto pressoché identico, ma le loro condizioni medie sono peggiorate. In sintesi, il fenomeno della povertà relativa continua a essere maggiormente diffuso nel Mezzogiorno, tra le famiglie più ampie e in particolare con tre o più figli, soprattutto se minorenni; è, inoltre, fortemente associato a bassi livelli d’istruzione, a bassi profili professionali e all’esclusione dal mercato del lavoro. L’incidenza della povertà tra le famiglie con due o più componenti in cerca di occupazione (37,8%) è di quattro volte superiore rispetto a quella delle famiglie dove nessun componente è alla ricerca di lavoro (9%). Entrando più nello specifico, la Basilicata risulta al secondo posto, dopo la Calabria, relativamente alla percentuale di incidenza della povertà. Questa, per il 2009, si attesta sul 25,1%, in calo, comunque, rispetto al 28,8% del 2008. La Puglia, invece, sale dal 18,5% al 21%. Lavorare non è, quindi, sufficiente. Avere un lavoro non protegge dall’impoverimento. Anche nel nostro paese si sta ormai tristemente affermando la realtà dei cosiddetti working poor: quelle persone che, pur lavorando, restano in condizione di povertà relativa e, in qualche caso, anche di povertà assoluta. Per rendere l’idea basti pensare che il 15% delle famiglie assolutamente povere ha comunque un capofamiglia occupato. In altre parole il dato sostanzialmente nuovo che emerge dalle rilevazioni Istat riguarda l’eccezionale incidenza della povertà tra i giovani meridionali. Sono per lo più individui inoccupati, con impieghi precari o assunti a nero. E’ una spirale perversa: la desertificazione industriale comporta un aumento della disoccupazione, quindi una diminuzione dei redditi e di riflesso dei consumi; sugli anelli congiunturali di tutto questo s’innesca la povertà. Il problema è strutturale e gli interventi istituzionali sono spesso inefficaci perché tendono a erogare sussidi una tantum piuttosto che fornire servizi durevoli nel tempo. Così non è un caso che il 27 novembre, come accade orami annualmente dal 1989, è indetta su tutto il territorio nazionale la giornata della colletta alimentare. Nel 2009 sono state raccolte 78.270 tonnellate di alimenti. Nel frattempo la gente in fila si sta spostando progressivamente dall’entrata dei supermercati ai cassonetti prospicienti.

 

Pubblicato sul settimanale Il Resto N.50 20/11/2010