Lunedì, 23 Maggio 2022

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Attualmente redattore del mensile Mistero

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Notizie ANSA

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Menaecmi, due gemelli lucani: una commedia degli equivoci di duemila anni fa

La magia del teatro. Il teatro quello vero, quello dal sapore antico. È essenzialmente tutto questo la nuova produzione teatrale della stagione 2015 portata in scena dalla “Compagnia Senza Teatro” di Ferrandina in provincia di Matera. Il nuovo lavoro dal titolo “Menaecmi. Due gemelli lucani” è un riadattamento di una commedia di Tito Maccio Plauto grazie alla regia di Francesco Evangelista. La pièce portata in scena conserva l’impianto classico delle produzioni teatrali dell’epoca: il genere della commedia degli equivoci con personaggi volutamente appena abbozzati e che si muovono, pertanto, con leggerezza in situazioni paradossali, ma costruite con sagacia per strappare l’ilarità del pubblico. Una trama che, solo apparentemente, sembra esile, ma si sviluppa in una successione di colpi di scena.

La trama

La riscrittura teatrale propone sin dall’inizio una scena, in linea con il testo originale, dove in maniera propedeutica due ancelle accompagnano lo spettatore nel vivo della scena, spiegandone il contesto.

Mosco è un mercante di Metaponto sposato con Pinzia dalla quale ha avuto due gemelli: Menecmo e Sosicle. Arrivato a Paestum per un viaggio di affari smarrisce Sosicle; una volta tornato a casa per il dispiacere battezza l’altro gemello rimasto a Metaponto con il nome di quello scomparso. Questo, intanto, fattosi adulto un giorno ritorna a Metaponto da Capua alla ricerca della sua famiglia. Nel frattempo in città l’altro gemello conduce una vita agiata e, sebbene sposato, è dedito al tradimento della moglie con la bella e avvenente Erozia. Proprio facendo perno su questo avvenimento s’intrecciano vari equivoci che determinano una esilarante interazione sulla scena dei due gemelli e dei rispettivi servi che vicendevolmente non sanno dell’esistenza l’uno dell’altro, fino alla scoperta finale.

L’interpretazione

La grande maestria della “Compagnia Senza Teatro” è quella di connotare e caratterizzare i personaggi per farli vivere di luce propria in una veste interpretativa tarata su misura, con grande beneficio per il ritmo della rappresentazione.

Il doppio ruolo del protagonista Francesco Evangelista, nelle vesti dei gemelli, certamente non facile e agevole dal punto di vista scenico, alla fine si rivela il fulcro nevralgico. A questo si annodano, poi, le ottime interpretazioni dei due servi che si offrono da spalla, sebbene supportati da distinte e ben congegnate caratterizzazioni; un gioco scenico poliedrico che fa quadrato sulla scena quando s’incrociano, in maniera trasversale, il servo di un gemello con l’altro fratello e viceversa. In questo impianto fanno da contraltare le interpretazioni femminili nei ruoli classici della moglie tradita e dell’amante gelosa e allo stesso tempo possessiva.

In questo modo lo spettatore viene catapultato in un altrove ipotetico: ecco la magia del teatro e la sua dimensione catartica; ossia la possibilità di proiettarsi in situazioni fantastiche e fantasiose messe in scena dagli attori in uno sdoppiamento temporale affascinante e coinvolgente. L’ambientazione della commedia, infatti, è dell’epoca romana, ma un passo appena fuori dalla scenografia e sul confine sottile della stessa lo spettatore è avvolto in un metacontesto che è quello proprio della commedia dell’arte del XVII secolo. Il telo, per esempio, che volutamente costituisce la scarna scenografia è una concessione del museo nazionale di Parma ed è una riproduzione di un quadro settecentesco di Hubert.

Lo spettatore, in sostanza, assiste a uno spettacolo dentro lo spettacolo: è come se stesse guardando uno spettacolo teatrale di due mila anni fa messo in scena da una compagnia teatrale del seicento; una di quelle che di paese in paese arrivava con i loro carretti e metteva in scena il proprio spettacolo spesso per una sola sera, andando poi via di notte come fuggiaschi perché magari avevano caricato la loro rappresentazione di un surplus di sarcasmo diretto al potente di turno.

Si crea, così, una dimensione metateatrale unica e particolare che trova il suo corollario nei passaggi di scena caratterizzati dal rapido cambio e scambio del doppio protagonista nel suo alterego in visione diretta; praticamente gli attori non escono quasi mai di scena, ma come succedeva proprio nella commedia dell’arte siedono ai margini della scena stessa, addirittura con il copione in mano e diventano vicendevolmente i suggeritori palesi di chi recita.

Scemano in tal modo i confini della scena e del fuori scena.

Il teatro di Plauto

Questi elementi distintivi ci riportano direttamente alla dimensione del teatro plautiano, certamente innovativo e moderno per l’epoca.

I personaggi sono maschere fisse ed è per questo che il pubblico è in grado di riconoscere facilmente il loro ruolo nel momento in cui entravano in scena o vengono citati. Rappresentano, insomma, uno stadio elementare dei rapporti sociali e appaiono prevedibili nelle loro azioni a causa della loro mancata caratterizzazione introspettiva che in realtà, però, non manca nel riadattamento proposto.

Legato alla figura del servo sono collegati alcuni temi importanti anche a livello sociale; spesso questa figura è astuta o altre volte sciocca, ma sempre alle dipendenze del padrone, dal quale talora, però, si vuole affrancare. Nel caso specifico la doppia figura del servo rimarca ancora di più questa figura funzionale allo svolgimento della trama.

Un altro elemento strutturale di grande importanza nelle commedie di Plauto è il riconoscimento finale, grazie al quale le vicende ingarbugliate trovano la loro fortunosa soluzione.

La carica comica è assicurata da diversi fattori: un’oculata scelta del lessico, un sapiente utilizzo di espressioni, la scelta di figure tratte dalla vita quotidiana e una fantasiosa ricerca di situazioni equivoche in grado di generare l’effetto comico.

Il senso teatrale

In sostanza, dunque, la leggerezza della commedia nasconde una profondità inaspettata che trascende dalla valenza tematica e dal contesto della commedia stessa che diventa, invece, quasi il pretesto per far assaporare allo spettatore spezzoni di storia dell’arte teatrale.

Non si tratta, in altre parole, solo di una commedia brillante, scritta da uno dei maggiori commediografi romani, ma un contenitore originale dove risaltano le performance stilistiche della compagnia aragonese che porta in scena Francesco Evangelista nella doppia veste dei due gemelli, Generoso Di Lucca nella parte di Messenio servo di Menecmo II, Domenico Epifania in quella di  Spazzola servo di Menecmo I, Marianna Regina nei panni di Erozia amante dei Menecmi, Piera Iacovazzi nella doppia veste di Doridippe  (moglie di Menecmo I) e Coco Iutono  (cuoco di Erozia); completano il cast Giuseppe Petrone che interpreta Mosco padre dei Menecmi e Silvana Labattaglia e Annarita Ventura nel ruolo delle due ancelle di Erozia.  Infine le musiche e l’audio sono curati da Davide Di Prima, le scene e le luci da Adriano Nubile, l’organizzazione delle quinte da Simona Iacovazzi e i costumi da Monica Fiorito della Sartoria Artinà.

Tutti attori e meta-attori, maschere a viso scoperto e interpreti di un teatro divertente, immersi in una dimensione quasi ludica, divertita e divertente, fino alla scena finale dove la mediazione interpretativa dell’attore protagonista va scemando fino quasi a perdere lo status di soggetto recitante.

Sogno e realtà si sovrappongono e confluiscono in una stessa dimensione indistinta; i gemelli diventano una sola persona, un “sé stesso” che è stato altro da sè stesso fino a quel momento e che ora addirittura smette gli abiti di scena proprio sulla scena. L’attore ha scoperto sé stesso sulle traballanti tavole del palcoscenico; ha preso consapevolezza del suo doppio e dell’altra metà e forse proprio per questo non può più recitare e non può che svelare la verità a sé stesso e agli spettatori. L’attore che diventa spettatore.

“Qui siamo attori, fuori siamo noi”. Ecco la magia del teatro. Il teatro della magia.