Domenica, 02 Ottobre 2022

Una rosa per tutte le stagioni - Maggio 2019 - Giuseppe Balena

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Una rosa per tutte le stagioni - Maggio 2019

«In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Questo era in principio presso Dio e compito del monaco fedele sarebbe ripetere ogni giorno con salmodiante umiltà l’unico immodificabile evento di cui si possa asserire l’incontrovertibile verità. Ma videmus nunc per speculum et in aenigmate e la verità, prima che faccia a faccia, si manifesta a tratti (ahi, quanto illeggibili) nell’errore del mondo, così che dobbiamo compitarne i fedeli segnacoli, anche là dove ci appaiono oscuri e quasi intessuti di una volontà del tutti intesa al male. Giunto al finire della mia vita di peccatore, mentre canuto senesco come il mondo, nell’attesa di perdermi nell’abisso senza fondo della divinità silenziosa e deserta, partecipando della luce inconversevole delle intelligenze angeliche, trattenuto ormai col mio corpo greve e malato in questa cella del caro monastero di Melk, mi accingo a lasciare su questo vello testimonianza degli eventi mirabili e tremendi a cui in gioventù mi accadde di assistere, ripetendo verbatim quanto vidi e udii, senza azzardarmi a trarne un disegno, come a lasciare a coloro che verranno (se l’Anticristo non li precederà) segni di segni, perché su di essi si eserciti la preghiera della decifrazione».

Si apre così il prologo, in maniera enigmatica, del famoso giallo storico Il nome della rosa scritto da Umberto Eco ed edito per la prima volta da Bompiani nel 1980.

È proprio la decifrazione, come specificato nelle prime battute del romanzo, la chiave di lettura dell’intreccio dell’intera vicenda narrata nel libro dal quale poi è stata realizzata la trasposizione cinematografica affidata alla regia di Jean-Jacques Annaud e con la partecipazione di Sean Connery nei panni di Guglielmo. A partire dal 4 marzo 2019, in anteprima mondiale, su Raiuno è andato in onda la prima delle otto puntate della serie tv di Giacomo Battiato e John Turturro che è anche attore protagonista e sceneggiatore.

Un romanzo particolare che nasconde vari livelli di lettura e una serie di riferimenti letterari ma soprattutto simbolici ed esoterici.

 

La trama

L'opera si colloca a metà strada tra il romanzo storico e il giallo. La vicenda si svolge all'interno di un monastero benedettino non chiaramente specificato dell'Italia Settentrionale. La trama si sviluppa in sette giorni sul finire dell'anno 1327. In apertura si fa riferimento al ritrovamento di un manoscritto, opera di un monaco di nome Adso da Melk che, divenuto ormai anziano, decide di mettere su carta i fatti vissuti da novizio, quando era in compagnia del suo maestro Guglielmo da Baskerville. Nel prologo l'autore racconta di aver letto il manoscritto durante un soggiorno all'estero e a quel punto ha iniziato a tradurlo su un quaderno di appunti.  

Il monastero è sede di un importante incontro tra i francescani — sostenitori delle tesi pauperistiche e alleati dell'imperatore Ludovico — e i delegati della curia papale, insediata a quei tempi ad Avignone. L'abate è timoroso che l'arrivo della delegazione avignonese possa ridimensionare la propria giurisdizione sull'abbazia ed è altresì preoccupato che l'inspiegabile morte del giovane confratello Adelmo durante una bufera di neve possa far saltare i lavori del convegno e far ricadere la colpa su di lui; allora decide di confidare nelle capacità investigative di Guglielmo affinché faccia luce sul tragico omicidio che i monaci attribuiscono all’opera dell'Anticristo. Altre morti violente si susseguono: quella di Venanzio, giovane monaco traduttore dal greco e amico di Adelmo e quella di Berengario, aiutante bibliotecario alle cui invereconde profferte aveva ceduto il giovane Adelmo. La colpa, intanto, ricade su due ex appartenenti alla setta dei dolciniani: il cellario Remigio da Varagine e il suo amico Salvatore che parla una strana lingua.

La situazione si complica con l'arrivo dell'inquisitore domenicano Bernardo Gui che dopo aver trovato la fanciulla (che nel frattempo aveva incontrato segretamente Adso) insieme a Salvatore li accusa di essere cultori di riti satanici e responsabili delle misteriose morti.  Guglielmo, però, a un certo punto scopre che le morti sono tutte riconducibili a un manoscritto greco custodito gelosamente nella biblioteca (costruita come un intricato labirinto a cui hanno accesso solo il bibliotecario e il suo aiutante). Guglielmo e Adso si avvicinano alla verità penetrando nel labirinto della biblioteca e scoprendo il luogo dove è custodito il manoscritto fatale, ossia l'ultima copia rimasta del secondo libro della Poetica di Aristotele che tratta della commedia e del riso; scoprono così che le pagine del libro sono avvelenate in modo da uccidere chi lo sfoglia. Alla fine, il venerabile Jorge, dopo la morte del bibliotecario Malachia, tenta di uccidere Guglielmo offrendogli il manoscritto avvelenato. I due, però, riescono a scampare all’incendio che nel frattempo divampa nella biblioteca e si mettono in salvo.

Cosa si nasconde dietro il Nome della Rosa

Questa è la trama del romanzo, ma cosa si nasconde tra e oltre le righe delle pagine del romanzo di successo di Umberto Eco? Prima di tutto già l’ambientazione e la stessa vicenda è tanto misteriosa quanto avvincente: un’immersione in pieno Medioevo, un’epoca affascinante e oscura.

Il primo elemento da prendere in considerazione è certamente il titolo dell’opera. Durante lo sviluppo delle vicende non si fa mai riferimento esplicitamente alla rosa né l’autore fornisce elementi chiari che facciano capire cosa o quale sia in realtà il nome della rosa. Questo ci pone subito su un altro livello di lettura, ben più profondo e particolare che apre la strada sul significato mediato, simbolico ed esoterico del romanzo. Lo stesso autore dopo vari tentennamenti sul titolo da dare ha optato su questo più enigmatico e dichiara che tra quelli presi in considerazione “il Nome della Rosa era il più bello”. Chiaramente una risposta di circostanza che nasconde qualcosa. Questo titolo enigmatico potrebbe richiamare in primo luogo l’espressione latina “sub rosa dicta velata est”, una dicitura che ricorda come la rosa nei miti antichi era anche simbolo di silenzio e di riservatezza. La frase latina era utilizzata quando si poneva una rosa sul tavolo e chi aveva ascoltato o detto qualcosa si impegnava a tenerlo segreto. Questo ricorda da vicino la vicenda del libro custodito segretamente nella biblioteca.

In verità la scelta del titolo che potrebbe sembrare distante e distinto dalla trama racchiude il fulcro del messaggio che l’autore vuole far passare attraverso la stesura del libro. Infatti, il titolo richiama, inoltre, il motto nominalista tratto dal “De contemptu mundi” di Bernardo Cluniacense che poi è anche la chiusura del romanzo: "Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus" ossia "La rosa primigenia [ormai] esiste [soltanto] in quanto nome: noi possediamo nudi nomi". Il senso, come sostenuto dai nominalisti, è in linea con gli studi di semiotica di Eco: ogni cosa non possiede realtà ontologica ma si riduce a un mero nome, a un fatto linguistico.

Non a caso, poi, sempre in apertura si fa riferimento a un passo biblico fondamentale, ossia Giovanni 1,1-2: “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”. Si fa cioè accenno al segno creatore per antonomasia ossia al verbo, alla parola di Dio e quindi alla potenza creatrice dello stesso. Il segno e la parola hanno un potere creativo, ma nonostante questo ogni cosa è soggetto a decadenza.

Così, ad esempio, è anche il caso specifico della biblioteca e dei libri custoditi gelosamente ma distrutti dal fuoco, sebbene tutta la vicenda narrata è un continuo ricercare segni e come dice lo stesso autore "libri che parlano di altri libri”. Ecco perché quindi il racconto si incentra su un volume maledetto ossia il secondo libro della “Poetica” di Aristotele, un testo inesistente, in quanto questa parte dell’opera è andata perduta.

Proprio tenendo conto di questo concetto diventa poi più chiaro l’intero disegno del romanzo e uno dei suoi messaggi: di tutte le cose alla fine non resta che un puro nome, un segno, un ricordo. Questo potrebbe essere anche il senso della vita e dell’esistenza.

Quando nel prologo l’autore scrive “senza azzardarmi a trarne un disegno, come a lasciare a coloro che verranno (se l’Anticristo non li precederà) segni di segni, perché su di essi si eserciti la preghiera della decifrazione” fa riferimento proprio ai segni perduti o a quelli lasciati affinché chi capisca possa decifrarli. Questo potrebbero essere collegato ancora all’incipit quando si fa riferimento al passo biblico 1 Corinzi 13,12 ossia “Videmus nunc per speculum et in aenigmate” che tradotto significa “Ora vediamo come attraverso uno specchio, in maniera confusa, distorta”. Infatti nel romanzo lo specchio è l’elemento fondamentale presente proprio nel luogo deputato alla conoscenza, ossia la biblioteca e serve inoltre come elemento distintivo per uscire dal labirinto, ossia “riflettere” su se stesso per arrivare all’esterno anche di se stessi.

Questo pone il romanzo ben oltre il successo narrativo e lo fa diventare un percorso iniziatico. L’indicazione della valenza iniziatica del romanzo proviene anche da un altro elemento fondamentale: la vicenda si sviluppa in sette giorni, proprio come il tempo della creazione divina che ci riconduce ancora una volta alla genesi tramite il verbo.

Risulta, poi, significativa una scena fondamentale anche del film: i protagonisti sono alla ricerca della verità e si perdono nella biblioteca protetta dal labirinto; paradossalmente si “perdono” proprio quando “ritrovano” i libri e quindi la conoscenza. Quella stessa conoscenza alla quale si arriva necessariamente in maniera mediata: attraverso la prova del labirinto e metaforicamente utilizzando gli occhiali per la lettura tanto cari a Guglielmo. Allo stesso modo la cecità del Venerabile risulta essere da un lato in antitesi con gli occhiali di Guglielmo che invece aumentano la capacità di “vedere” e dall’altro lato simbolicamente rappresenta l’ottusità cieca dell’ordine costituito che deve mantenere il segreto nella divulgazione di conoscenze che possono invece far vedere le cose diversamente e forse nella giusta prospettiva.

Non a caso poi nelle vicende narrate ritroviamo in una disputa incrociata i tre ordini religiosi più importanti: domenicani, benedettini e francescani che rappresentano in maniera mediata la divisione del potere e la disputa per il mantenimento dello stesso in ambito religioso.

Il messaggio criptico del romanzo è forse solo in parte contenuto nel finale anche del film: «Ma l’Anticristo può nascere dalla stessa pietà, dall’eccessivo amor di Dio o della verità, come l’eretico nasce dal santo, l’indemoniato dal veggente; la verità si manifesta a tratti anche negli orrori del mondo cosicché dobbiamo decifrarne i segni anche là dove ci appaiono oscuri intessuta da una volontà del tutto intesa al male».

Forse il nome della rosa può essere rintracciato, alla fine, come viene messo in evidenza bene nel finale del film, proprio nell’amore, massima espressione del motto nominalista "Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus"; l’amore è una nuda realtà ontologica e sebbene importante passa come passa tutto nella vita. Non a caso, ancora facendo riferimento alla pellicola, dei tre condannati al rogo l’unica a salvarsi è proprio la ragazza di cui è segretamente innamorato Adso, ma della quale non saprà mai il nome. Un amore intenso, nascosto e senza nome. Ecco forse il senso segreto della rosa: la bellezza del mondo, della vita e dell’amore che si nascondono dietro petali delicati destinati ad appassire con il procedere del tempo.

Infatti mentre la scena si dissolve e Guglielmo e Adso si allontanano metaforicamente dalla scena, la voce fuori campo chiosa: «Mi rendo conto che di tutti i volti che dal passato mi ritornano alla mente, più chiaro di tutti vedo quello della fanciulla che ha visitato tante volte i miei sogni di adulto e di vegliardo. Eppure dell’unico amo re terreno della mia vita non avevo saputo né seppi mai il nome».