Domenica, 02 Ottobre 2022

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Attualmente redattore del mensile Mistero

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Notizie ANSA

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La cattiva salute dei fiumi lucani N.40 11/09/2010

“Il fiume riporta quello che trova, quel che riceve, rigetta e rinnova…” è una strofa della canzone Il fiume dei Nomadi. Potrebbe essere questa la colonna sonora dell’atto d’accusa di cui si fa promotore da anni Nicola Bonelli, attualmente amministratore del sito internet http://www.fontamara.org e titolare dell’ex INERCO srl di Tricarico in provincia di Matera. E’ un j’accuse senza mezzi termini che pone l’attenzione sulla sconcertante situazione in cui versano i corsi fluviali lucani. I fiumi lucani rappresentano la spina dorsale del territorio regionale. Tanto è vero che al momento dell’istituzione della regione l’immagine stilizzata di un fiume che scorre fu inserita nel logo istituzionale. La funzione primaria di un corso d’acqua è quella di drenaggio nel proprio bacino idrografico. Perché possa assolvere al meglio e nel tempo a tale funzione la sezione di deflusso (ampiezza dell’alveo) deve riuscire a contenere la propria portata in ogni punto di confluenza di canali e fossi di scolo. E’ importante, quindi, che l’alveo attivo sia ripulito dal materiale litoide, che vi sopraggiunge con le ricorrenti piene, dalla vegetazione che vi nasce e da tutto ciò che vi si accumula e tende a ostruirlo, a innalzarlo e a deviarne il corso. Va proprio in questa direzione la normativa vigente, infatti, il D.P.R. del 14 aprile 1993 stabilisce i criteri da osservare nei programmi di manutenzione dei corsi d’acqua, includendo gli interventi utili all’eliminazione di situazioni di pericolo. L'articolo 2 della legge n. 365/2000 stabilisce, inoltre, che la Regione, sotto il coordinamento dell’Autorità di bacino, deve provvedere a rilevare le situazioni di pericolo e a identificare gli interventi di manutenzione più urgenti, ponendo attenzione alle situazioni d’impedimento al regolare deflusso con particolare riferimento all’accumulo di inerti. Il problema principale dei fiumi lucani è rappresentato proprio dagli accumuli di materiale in alveo. Si tratta di quella parte grossolana di trasporto solido di fondo (ghiaia di varia pezzatura) che avanza lentamente durante la piena ma col ridurre della sua velocità si ferma e si deposita in alveo. Data l’abbondanza e la buona qualità il materiale inerte fluviale costituisce una grande risorsa mineraria di proprietà pubblica. Sarebbe quindi di (doppio) interesse pubblico rimuoverlo dagli alvei, mediante l’attività estrattiva, e immetterlo sul mercato. Attività, questa, che potrebbe rientrare a pieno titolo nei Programmi di manutenzione dei corsi d’acqua. In tal modo si contribuirebbe a effettuare nel contempo la bonifica e la pulizia degli alvei, salvaguardando il territorio. La realtà, invece, è ben diversa e da alcuni anni il Basento e l’Agri, solo per fare qualche esempio, esondano sistematicamente. E’ proprio il geometra Bonelli che da anni procede nella sua solitaria battaglia a tutela dei corsi d’acqua lucani. “Le ricorrenti esondazioni del Basento (a Grassano, Bernalda e Pisticci) e dell’Agri nello stesso Metapontino – dice Bonelli - sono causate non già da recenti eventi eccezionali ma da una politica scellerata ventennale fatta di inosservanza delle suddette leggi e disprezzo per il bene comune da parte sia dell’Autorità di Bacino che degli altri uffici preposti (dodici al posto dell’unico Genio Civile di una volta) presso i Dipartimenti Ambiente e Infrastrutture. A parte l’enorme danno per gli agricoltori – continua Bonelli - esisterebbe anche un danno per la Regione pari a 450 mila euro di mancato introito del canone estrattivo (30 mila euro per 15 anni). A questi bisogna aggiungere 900 mila euro di spesa necessari per rimuovere quei 450 mila metri cubi di materiale ingombrante e dannoso presenti negli alvei. Si sta procedendo con le cosiddette concessioni “virtuali” cioè con il sistema paghi mille ma ne puoi prelevare 10-100 mila metri cubi. Operando in questa ottica hanno adottano nel 1996 un piano estrattivo scellerato, fatto su misura per occultare l’abbondanza del materiale presente nei fiumi; la storia dell’arretramento della costa, che sarebbe dovuto ad eccessivo prelievo di materiale inerte dai fiumi è, quindi, solo un’invenzione. Augusto Daolio direbbe: ”Tra alti pioppi il vento domanda ma può morire un fiume ?”

 

Pubblicato sul settimanale Il Resto N.40 11/09/2010