Domenica, 02 Ottobre 2022

Giornalista iscritto all'Albo Nazionale dal 2012

Attualmente redattore del mensile Mistero

rivista dell'omonima trasmissione televisiva di Italia Uno

 

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E se fosse fracking?

Negli ultimi mesi si stanno susseguono senza soluzione di continuità numerose scosse telluriche al confine tra Basilicata e Calabria, non molto distante dalle zone dove si concentrano le maggiori attività estrattive lucane. Sappiamo veramente tutto delle tecniche estrattive utilizzate? Per esempio, possiamo escludere l’utilizzo del “fracking”, tecnica invasiva che potrebbe potenzialmente provocare scosse di terremoto? Negli USA ci sono state diverse regioni colpite da sciami sismici in zone nelle quali si adotta tale procedimento. In Italia, secondo le notizie ufficiali, non sarebbe utilizzato, ma Stefano Saglia, sottosegretario alle attività produttive nel governo Berlusconi, ne é stato un forte sostenitore. Che cosa accade realmente in Basilicata? Chi controlla? Ne parliamo con il fisico Maria Rita D’Orsogna, ricercatrice presso la “California State University” di Los Angeles ed esperta dei problemi e delle conseguenze ambientali e sociali dell’estrazione e della lavorazione del petrolio in Italia.

 Che cos’è precisamente il fracking?

Il termine è l’abbreviazione di “hydraulic fracturing”, ossia fratturazione idraulica. Si tratta di una tecnica di frantumazione della roccia, usando fluidi iniettati nel sottosuolo ad alta pressione. É un modo “non convenzionale” per estrarre gas da roccia porosa di origine argillosa le cui vacuità ospitano in prevalenza metano. Con le tecniche “tradizionali” questo gas non potrebbe essere estratto, visto che è intrappolato in una miriade di pori distribuiti nella roccia. Esistono varianti di questa tecnica anche per l’estrazione petrolifera. In queste settimane se ne parla tanto a proposito dei terremoti dell’Emilia. Questa tecnica potrebbe avere conseguenze molto gravi: già durante la fase di frantumazione della roccia il materiale liquido usato per la trivellazione causa l’inquinamento delle falde idriche. Ancora più grave per la salute pubblica è il deposito dei rifiuti sine die in vasche a cielo aperto; in altri casi, invece, sono re-immessi nel sottosuolo, ad alta pressione, nei cosiddetti pozzi di reiniezione.

 Perché non esiste un’adeguata informazione su questo tema?

Io credo che, come per tante cose in Italia, i petrolieri e gli speculatori abbiano tutto l’interesse a tenere nascosto al cittadino medio il più a lungo possibile qualsiasi intervento effettuato sul territorio.

 Qual è la situazione in Italia?

Non ci sono ancora interventi di fracking su larga scala, che io sappia. La ditta “Independent Rescources” ha sperimentato un’operazione di fracking a Ribolla, in provincia di Grosseto nel 2009 e ora cerca partners per sviluppare il suo progetto di estrazione di gas in Toscana. Questa ditta è la stessa che gestisce lo stoccaggio di gas a Rivara, vicino all’epicentro del terremoto emiliano. Occorre aprire, secondo me, un dialogo nazionale sulle trivellazioni in generale e sul fracking in particolare. Quest’ultimo può essere ancora evitato e vietato.

 Si può avanzare u’ipotesi di collegamento tra questo fenomeno e, per esempio, il recente terremoto in Emilia?

No. Semplicemente perché in Emilia non si è fatto fracking durante il periodo del terremoto. Se la “Independent Resources” e la “Erg” facessero altri tipi di “esperimenti” sul territorio con prove sismiche, stoccaggi, perforazioni “tradizionali”, non posso dirlo, ma sono quasi certa che finora non ci sia stato fracking in Emilia.

 In Basilicata, invece, sono presenti pozzi di reiniezione?

Si. Secondo le mie indagini ci sono al momento due pozzi di reinizione: “Costa Molina 2” in Val D’Agri operato dall’ENI (60%) e dalla Shell (40%) e “Pisticci 009” in provincia di Matera, operato al 100% dall’ENI. Infine so che esiste un progetto di trasformazione di un pozzo attualmente in disuso in pozzo di reiniezione; si tratta di “Monte Alpi 009” anche questo nel campo della Val D’Agri, una zona ad alto potenziale sismico. Su quest’ultima proposta va ricordata la campagna portata avanti da circa tre anni dalla “Organizzazione Lucana Ambientalista” e dal comune di Grumento Nova che ha negato uno dei permessi autorizzativi. A parte il carico d’inquinanti tossici che sarebbero seppelliti sottoterra, la OLA ha spesso ricordato che il pozzo sorge a meno di un chilometro da una faglia sismica.

 Lo sciame sismico latente e di modesta intensità che sta interessando da diversi mesi la zona del Pollino può essere riconducibile al fenomeno del fracking?

Non credo. Il punto non è se lo sciame sia riconducibile a questa o a quest’altra tecnica. Il punto di base è che certamente in alcune parti del mondo il fracking, ma anche le trivellazioni “ordinarie”, hanno causato terremoti anche di magnitudo elevata. Siamo disposti ad aggiungere altri rischi in un territorio già ballerino per conto suo? Per di più in un paese in cui le norme edilizie antisismiche o non possono essere implementate o non sono rispettate. Bisogna rispondere a questi interrogativi a monte e agire prima, non dopo.

 Se le aziende petrolifere non forniscono notizie in merito all’utilizzo di tali tecniche, esiste un modo per capirlo “a occhio” e dalla semplice osservazione?

Purtroppo non proprio. Gli interventi di fracikng necessitano di enormi quantità d’acqua, per cui c’è il passaggio di numerose autobotti e la costruzione di molti pozzetti per stoccare a cielo aperto il materiale di risulta. A volte possono esserci miasmi più o meno forti. Questi elementi, però, sono presenti anche per i pozzi “normali”, per cui è difficile poter distinguere. Le microscosse potrebbero essere un altro campanello d’allarme, anche se spesso sono di magnitudo bassa e impercettibili all’uomo.

In Basilicata esiste, comunque, un problema ambientale notevole legato allo smaltimento dei fanghi di perforazione.

In Basilicata esiste soprattutto un problema di democrazia. A volte mi pare che stia diventando una sorta di petrol-stato. L’opposizione alle trivellazioni è rimasta solo nelle mani di alcuni cittadini e in alcuni casi di sindaci di buona volontà che spesso non hanno i mezzi, i soldi e il tempo per lottare contro un mostro di gran lunga più forte, più ricco e più organizzato. Tutte le promesse dei petrolieri sono evaporate e nessun rappresentante istituzionale ha il coraggio di denunciarlo e di proteggere il popolo. Il monitoraggio ambientale è iniziato con 15 anni di ritardo e oggi è più uno specchietto per le allodole. L’ENI non è stata mai multata, nonostante i ripetuti incidenti e quelle che loro chiamano “anomalie di produzione”. La Basilicata è la regione più povera d’Italia secondo i dati Istat. Non riesco a capire come facciano i vescovi di Basilicata – per dirne una – a non dire una parola sull’inquinamento, sui tumori in ascesa, sulla costruzione di pozzi di petrolio vicino a ospedali. Peggio ancora il comportamento del governatore Vito De Filippo che addirittura sostiene le ragioni del raddoppio petrolifero. Non si tratta solo d’inquinamento dell’ambiente, ma proprio d’inquinamento morale e delle coscienze.

 

Pubblicato sul settimanale L'Altravoce N. 9 07/07/2012