Martedì, 27 Luglio 2021

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Notizie ANSA

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San Giorgio e il drago - Aprile 2021

«Un grosso e alto serpente con artigli e ali è forse la descrizione più fedele del drago. Può essere nero, ma conviene che sia anche lucente; anche se si vuole esigere che esali boccate di fuoco e fumo... in Occidente il drago fu sempre immaginato malvagio. Una delle imprese classiche degli eroi (Ercole, Sigurd, San Michele, San Giorgio) era di vincerlo e ucciderlo... nell'Apocalisse di Giovanni si parla due volte del drago, "il vecchio serpente che è Diavolo e Satana", analogamente Sant’Agostino scrive che il Diavolo è leone e drago; leone per l'impeto, drago per l'insidia. Jung osserva che nel drago ci sono il serpente e l'uccello, l'elemento della terra e quello dell'aria».

Così descrive la figura del drago lo scrittore Jorge Louis Borges nel suo libro “Manuale di zoologia fantastica” e lo riconduce, tra le altre, anche a un personaggio allo stesso tempo mistico e misterioso oltre la valenza prettamente religiosa: il suo nome è San Giorgio.

Il suo appellativo deriva dal greco gheorgós che significa agricoltore e lo troviamo menzionato addirittura già nelle Georgiche di Virgilio.

Oltre San Giorgio la lista dei cosiddetti santi sauroctoni, cioè uccisori di draghi, è molto lunga: Teodoro, Silvestro, Margherita e Marta solo per citare i più famosi. A questi bisogna poi aggiunge anche l’arcangelo Michele, famoso e importante perché a capo della battaglia contro il drago apocalittico proprio secondo quanto riportato dalle sacre scritture.

Chi era San Giorgio?

Notizie biografiche

San Giorgio nacque in Cappadocia tra il 275 e il 285 circa e può essere considerato un martire cristiano. Il suo culto è molto diffuso e risale almeno al IV secolo.

Le principali informazioni provengono dalla “Passio Sancti Georgii” sebben già il Decretum Gelasianum del 496 lo classificava tra le opere apocrife. Secondo questa fonte Giorgio era figlio del persiano Geronzio sposato con Policromia. I genitori lo educarono alla religione cristiana, ma trasferitosi in Palestina si arruolò nell'esercito dell'imperatore Diocleziano, comportandosi da valoroso soldato, fino al punto di giungere a far parte della guardia del corpo dello stesso imperatore.

Giorgio donò ai poveri tutti i suoi averi e si confessò apertamente cristiano; all'invito dell'imperatore di rendere sacrifici agli dèi egli si rifiutò fermamente: secondo la leggenda venne battuto, lacerato e gettato in carcere dove ebbe una visione di Dio che gli predisse sei anni di tormenti, tre volte la morte e le tre resurrezioni.

Tagliato in due con una ruota piena di chiodi e spade, Giorgio resuscitò e si rese protagonista della conversione del magister militum Anatolio con tutti i suoi soldati; entrò in un tempio pagano e con un soffio abbatté gli idoli di pietra; infine convertì l'imperatrice Alessandra che a sua volta venne martirizzata. A richiesta del re Tranquillino risuscitò due persone morte da quattrocentosessanta anni, le battezzò e le fece poi sparire.

L'imperatore Diocleziano lo condannò nuovamente a morte e il santo, prima di essere decapitato, implorò Dio affinché l'imperatore e i settantadue re fossero inceneriti; Giorgio si lasciò decapitare, promettendo protezione a chi avesse onorato le sue reliquie le quali sono conservate in una cripta sotto la chiesa cristiana a Lydda (l'odierna Lod in Israele).

Il culto

Le gesta in vita di San Giorgio gli valsero ovviamente la santificazione. La festa liturgica, infatti, si celebra il 23 aprile sebbene nel 1969 la Chiesa cattolica abbia declassato il santo nella liturgia a memoria facoltativa, ma, nonostante ciò, la devozione dei fedeli è continuata. San Giorgio è onorato anche dai musulmani che lo riconoscono come profeta.

Il nome di San Giorgio si dall’antichità era invocato per proteggersi contro i serpenti velenosi, la peste, la lebbra, la sifilide e nei paesi slavi contro le streghe.

San Giorgio è inoltre patrono dell'Inghilterra, del Portogallo, della Lituania, del Montenegro, della Georgia e dell'Etiopia.

Nell’iconografia del santo ritroviamo due figure fondamentali in funzione di archetipi: un drago cattivo e un guerriero coraggioso. Viaggiando a ritroso nella memoria collettiva troviamo le tracce di questa leggenda comune già in Mesopotamia, poi in Egitto ma anche nel mondo greco dove il drago era temuto anche dagli dèi dell'Olimpo, mentre all’epoca dell'Impero Romano la figura del mostruoso animale è passato progressivamente nel dimenticatoio, fin quasi a sparire, per rifarsi viva intorno all'anno Mille soprattutto in Europa.

Nella “Legenda Aurea” di Jacopo da Varazze si narra che in una città chiamata Silena, in Libia, vi fosse un grande stagno, tale da poter nascondere un drago che, avvicinandosi alla città, uccideva con il fiato tutte le persone che incontrava. Gli abitanti per placarlo gli offrivano due pecore al giorno ma, quando queste cominciarono a scarseggiare, furono costretti a offrirgli una pecora e un giovane sorteggiato tra la popolazione. Un giorno fu estratta proprio la giovane figlia del re. Il re, terrorizzato, offrì il suo patrimonio e metà del regno per salvarle la vita, ma la popolazione si ribellò avendo visto morire tanti suoi figli. Dopo otto giorni di tentativi il re alla fine dovette cedere e la giovane si avviò verso il lago per essere offerta al drago. In quel momento passò di lì il giovane cavaliere Giorgio il quale tranquillizzò la principessa promettendole il suo intervento nel nome di Cristo per evitarle la brutale morte. Quando il drago si avvicinò l’eroe salì a cavallo e con grande audacia lo affrontò ferendolo gravemente con la lancia; disse quindi alla ragazza di avvolgere la sua cintura al collo del drago il quale prese a seguirla docilmente verso la città. Allora il re e la popolazione si convertirono, il cavaliere uccise il drago e lo fece portare fuori dalla città trascinato da quattro paia di buoi.

Gli aspetti simbolici

La storia di San Giorgio e il drago sembra essere modellata su quella di Perseo e Andromeda. Di ritorno dalla vittoriosa impresa con la quale Perseo uccise Medusa, l'eroe incontrò Andromeda, la figlia del re d'Etiopia, che legata a una rupe stava per essere sacrificata in favore di un orribile e terribile mostro marino. L’amore dei due personaggi permise di sconfiggere il mostro e di liberare la fanciulla. L'episodio è stato raffigurato da Piero di Cosimo in un famoso dipinto presente attualmente agli Uffizi.

 Nel medioevo la lotta di San Giorgio contro il drago divenne il simbolo della lotta del bene contro il male e per questo il mondo della cavalleria vi vide incarnati i suoi ideali. Vari ordini cavallereschi, infatti, portano oggi il suo nome e i suoi simboli: l'Ordine della Giarrettiera, l'Ordine Teutonico, l'Ordine Militare di Calatrava, il Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, il Reale e militare ordine di San Giorgio della Riunione e molti altri.

Nell'iconografia classica San Giorgio spesso compare con l'epiteto "O Τροπαιοφόρος" (tropeoforo ossia il vittorioso) e raffigurato alla stregua della divinità riconducibile al Sol Invictus che può essere considerata la trasposizione pagana della figura di Cristo, infatti tale festa è diventata poi quella cristiana del Natale.

La croce rossa in campo bianco rappresentata sui suoi vestiti è stata poi utilizzata come vessillo dai crociati e in seguito adottata da molte città tra cui Milano e Bologna, ma fu addirittura concessa in uso all'Inghilterra dai Genovesi.

Secondo vari studiosi la figura di San Giorgio, ma anche quella di San Michele, sono eredi dell'immagine dell'eroe radioso che uccide un drago e che in maniera mediata rappresenta la fase solare del mito della creazione, il cui archetipo è riconducibile al dio babilonese Marduk.

Nelle varie rappresentazioni iconografiche generalmente la scena dove opera il santo è raffigurata in luogo aperto, talvolta con la presenza di un lago proprio come nella descrizione della Legenda Aurea, ma alle spalle c'è sempre una boscaglia, una foresta o una caverna. Questo indica simbolicamente che l'eroe ha attraversato uno spazio oscuro come momento di iniziazione interiore prima di poter giungere nel luogo aperto dove affrontare il mostro. Talvolta la scena è ambientata proprio dentro la foresta. La caverna o la boscaglia indicano la profondità e l'oscurità dell'inconscio ossia un luogo oscuro dove si annida il male. La funzione del santo-cavaliere è quella di frenare le forze incontrollate e di ricondurle all'interno dell'essere. La lotta con il mostro avviene all’aperto e solo dopo aver attraversato il buio della foresta o della caverna cioè solo dopo aver attraversato e superato una maturazione intrinseca e intima.

L’altro elemento simbolico molto importante è certamente il drago. Queste creature generalmente avevano il corpo da serpente, le zampe da lucertola, le fauci da coccodrillo, gli artigli d'aquila, i denti da leone e le ali da pipistrello; il corpo era ricoperto di squame protettive e la maggior parte di loro era in grado di sputare fuoco e volare per percorsi indefiniti. La figura del drago è molto antica: si ritrovano ad esempio presso gli antichi Egizi, i Sumeri e i Greci.

Il drago (o dragone) era una creatura presente in moltissimi racconti mitologici; la rappresentazione più diffusa in occidente, sviluppatasi soprattutto nell'iconografia medievale, gli attribuiva una vista acutissima e occhi molto grandi, infatti lo stesso termine drago (drakon) era un riferimento etimologico al verbo greco derkesthai che significa proprio guardare.

Il simbolismo del drago ha una forte valenza psicologica: suscita paure ancestrali ma anche fascino e ammirazione; a livello esoterico racchiude un significato molto complesso e ambivalente: ossia indica allo stesso la potenza distruttrice ma anche la trasformazione della coscienza.

Nella cultura esoterica occidentale la figura del drago è di solito connessa al ruolo del divoratore (spesso in presenza di sacrifici umani) e del guardiano o custode di qualche tesoro, ruolo questo che si accentua soprattutto nell'epoca cavalleresca dove l'eroe che uccide il drago solitamente salva una donzella o libera la popolazione oppressa.

Nel simbolismo cristiano la figura del drago è spesso considerata attigua a quella del diavolo diventando simbolo e incarnazione del male da abbattere; esiste comunque anche un'accezione positiva che riguarda i Serafini detti "draghi alati" o "serpenti fiammeggianti".

Il drago inoltre simbolicamente compartecipa e sintetizza in sé i quattro elementi: può essere creatura terrestre o sotterranea, acquatica, aerea ed è certamente connessa al fuoco. La parte terrestre si ricollega al fatto che abita in grotte sotterranee e potrebbe essere custode di tesori nascosti; la parte acquatica rappresenta la componente della potenza caotica; la parte aerea rappresenta il volo, come anche nel mito tolteco e azteco di Quetzalcoatl ossia del Serpente Piumato portatore di conoscenza e maestro di sapienza; infine, la parte del fuoco conferma il carattere ambivalente: fecondatore e distruttore.

La principessa infine è interpretata simbolicamente come il principio psichico femminile che tenendo al guinzaglio il drago lo domina e metaforicamente rappresenta il controllo delle passioni dell'inconscio.

In questo scenario simbolico è significato l’interpretazione illuminante dello storico e studioso Franco Cardini: «Ciascuno di noi ha il suo drago da abbattere: per questo il Drachenkampf (letteralmente "battaglia con il drago"), la vittoria su sé stessi e sulle pulsioni più abbiette dell'io, diviene un momento centrale del "processo d'individuazione" proposto da Carl Gustav Jung. Tale battaglia, volta alla conquista del tesoro che sta nel fondo di noi stessi, è però, appunto perché tale, una iniziazione. […] Mostro ma anche maestro, il drago si sacrifica rivelando al suo uccisore - che perciò è anche suo allievo e quindi ritualmente suo figlio - il segreto profondo dell'essere. L'iniziazione termina con la morte dell'iniziatore e con il suo rivivere - attraverso l'ingestione del cuore e del sangue - nell'iniziato. E l'eroe sa bene che affrontare il "suo" drago significa guerreggiare con sé stesso, suicidarsi come uomo vecchio per risorgere come Uomo Nuovo».