Mercoledì, 25 Novembre 2020

Giornalista iscritto all'Albo Nazionale dal 2012

Attualmente redattore del mensile Mistero

rivista dell'omonima trasmissione televisiva di Italia Uno

 

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Web delle nostre brame - Giugno 2020 (Prima parte)

Click! All’improvviso e senza nessun motivo internet non funziona più: in nessuna parte del mondo e su nessun palmo di mano, sfioramenti e click paralizzati.

Proviamo per un attimo a immaginare questa scena e cosa potrebbe succedere nella vita di ognuno di noi e soprattutto forse nella psiche: le nostre connessioni sospese e le nostre comunicazioni spezzate. Proprio questi due termini, connessioni e comunicazioni, sono diventati termini sempre più importanti, ma se ci pensiamo bene siamo abituati ad associarli a qualcosa di intangibile e impalpabile; invece in origine e non più tardi di venti anni fa la loro pronuncia rimandava a qualcosa di concreto: la connessione riguardava un legame fisco e tangibile, mentre la comunicazione presupponeva la presenza di due o più soggetti che interagivano.

Allora la domanda su cui riflettere è ardita ma necessaria: riusciremmo realmente ora a vivere senza internet e quindi senza l’utilizzo del web? Riusciremmo a vivere almeno per un’ora, non per un giorno, senza utilizzare i nostri pc e ancor di più senza sfiorare i nostri “cari”, soprattutto in senso economico, smartphone?

Mai nella storia dell’uomo il salto tecnologico evolutivo ha avuto effetti così marcati e importanti come negli ultimi anni tanto da introdurre nella vita quotidiana strumenti (pc, smartphone e oggetti intelligenti) divenuti indispensabili e imprescindibili. Tra l’altro in un lasso di tempo davvero breve. Forse abbiamo la memoria corta, proprio per le considerazioni fatte qui brevemente, ma in pieni anni Novanta internet iniziava appena la sua diffusione capillare ad appannaggio dei primi smanettoni e la telefonia di massa era ancora poco più che attaccata a chilometriche antenne estraibili da cellulari poco più grandi dei mattoni e più o meno anche dello stesso peso.

Il progenitore e precursore della rete Internet è considerato il progetto ARPANET, finanziato dalla Defence Advanced Research Projects Agency, un'agenzia dipendente dal Ministero della Difesa statunitense. La rete è stata fisicamente costruita nel 1969 collegando inizialmente quattro nodi.

L'Italia è stata il quarto paese europeo a connettersi in rete, grazie ai finanziamenti del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. La prima connessione è avvenuta dal Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico presso l'Università di Pisa.

La data di nascita del World Wide Web è invece comunemente indicata nel 6 agosto 1991, quando l'informatico inglese Tim Berners-Lee ha pubblicato il primo sito web. L'idea del World Wide Web era nata però due anni prima presso il CERN (Conseil Européen pour la Recherche Nucléaire) di Ginevra. Il ricercatore inglese fu colpito da come alcuni colleghi italiani usavano trasmettere informazioni tramite linea telefonica da un piano all'altro dell'istituto visualizzandole tramite video.

Nel bene e nel male internet e il web, termini spesso utilizzati con una erronea sovrapposizione di significati, hanno cambiato e stanno ancora cambiando la nostra vita.

Di questo ce ne siamo accorti in particolare anche in questo periodo difficile: come sempre la rete porta con sé e si presenta sempre con la caratteristica faccia di Giano. Da un lato l’importanza e la potenza proprio della rete per monitorare e scambiare informazioni sulla pandemia, ma allo stesso tempo dall’altra la diffusione inarrestabile di un’altra infezione, ossia quella delle fake news proprio sulla tematica del Coronavirus. Virus su virus. Giano bifronte che allunga lo sguardo anche alla fase due dell’emergenza: già si parla infatti dell’introduzione dell’app per controllare gli spostamenti delle persone positive e non solo, ma ovviamente il rovescio della medaglia è l’eventuale e inevitabile erosione della privacy.

Ecco perché dunque oggi, più che in passato, la rete diventa sempre più appesa a un filo (per restare nella più stretta terminologia informatica) e i confini del web diventano sempre più labili.

«La tv è unidirezionale, mentre il web ti consente una forma di partecipazione assolutamente inedita, ti consente di entrare in contatto con tutti, partecipi alle discussioni anche con il governo e questo non è mai accaduto prima. É solo l’inizio di ulteriori cambiamenti perché man mano Internet diventa un’esperienza sempre più personale». Che cosa sta diventando realmente il web? La considerazione fatta da Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, pone l’accento proprio sulla direzione evolutiva futura della rete.

Eppure il web, quello che conosciamo e nel quale navighiamo tutti i giorni, è enorme, sconfinato ma piccolo. Non è un errore: il web che conosciamo e che possiamo navigare utilizzando i motori di ricerca non è piccolo, è estremamente piccolo. La rete viene percepita come sconfinata, ma è un recinto stretto e sorvegliato, dove lasciamo una enorme quantità di tracce, ma soprattutto i nostri dati personali. Si parla approssimativamente di circa il 6% del web complessivo. L’altro 94% dove si torva? La parte più consistente del web è rappresentata dal Deep Web e dal Dark Web o comunque da una zona grigia mista e indistinguibile che potremmo ribattezzare Deerk Web.

Quando si parla della struttura complessiva del web spesso si fa riferimento alla figura dell’iceberg per spiegare e dimostrare essenzialmente due aspetti: da un lato che la parte in chiaro e accessibile è infinitamente più piccola rispetto al web totale e dall’altro che lo spazio più grande e sconfinato è nascosto e sotterraneo. La similitudine è emblematica e significativa: basti pensare che tecnicamente l’iceberg è una montagna di ghiaccio staccata e galleggiante nel mare.

Riusciamo per un attimo a immaginare la nostra vita senza Internet? Forse, eppure questa invenzione solo pochi decenni fa era completamente estranea alla nostra quotidianità. Si può iniziare a parlare di un fallimento di Internet? Rispondere a queste domande è un esercizio difficile, stilistico e forse in controtendenza, ma sta diventando forse sempre più necessario.

Il fallimento di Internet

Sappiamo o comunque dovremmo prendere consapevolezza del fatto che la rete sta diventando lo strumento principale che permette di tracciare tutte le nostre attività online. Il termine “sorvegliare” etimologicamente fa riferimento al francese “surveiller” ed è composto da “sur” e “veiller” ossia, volendo tradurre alla lettera, vegliare sopra. È in sostanza quello che avviene nel web che tutti conosciamo. Se la sorveglianza dunque fa riferimento all’attività incessante del Grande Fratello, esisterebbe però anche una “sottoveglianza” che è invece l’attività svolta proprio nella parte sottostante dell’iceberg al quale si faceva riferimento.

La rete è ormai pervasiva e occupa un ruolo importante in ogni aspetto della nostra esistenza. È certamente così per gli utenti, ma Internet sta diventando sempre più soprattutto uno strumento di potere e chi dunque detiene le infrastrutture e gestisce i contenuti ha tra le mani un osservatorio privilegiato a livello economico, politico e sociale, utile poi anche per studiare e influenzare i possibili futuri scenari geo-politici. Detenere la struttura fisica della rete comporta un grande potere, ma avere la capacità di influenzare e gestire anche i contenuti lo è ancora di più.

La rete è sacra e per alcuni versi intoccabile, utilissima e maledetta. Utilissima perché ci rende tutto facile e fruibile a portata di indice con i nostri click frenetici e gli sfioramenti amorevoli dei nostri touchscreen. Pertanto la rete è intoccabile. Ma c’è il rovescio della medaglia: nonostante questo si può iniziare a parlare del fallimento di Internet? La rete è dunque anche maledetta, non solo in merito alla privacy erosa sistematicamente dal Grande Fratello, ma anche per il tempo che “perdiamo” dispersi nella rete stessa. Diceva Steve Jobs “Se il servizio è gratis, il prodotto sei tu”.

Esiste un muro trasparente e la nostra vita si divide ormai tra due dimensioni: online e offline ma il problema è che queste diventano sempre più sfumate e finiamo per restare costantemente onlife. Per non parlare poi della perdita della percezione dei rapporti umani “reali”. La rete è una sorta di “comfort zone”: si vive senza rischi e si possono scegliere le persone con le quali relazionarsi. Online, a decidere su tutto, è sempre e solo la velocità del nostro indice.

Come è facile intuire, però, il controllo delle informazioni propinate attraverso i vari motori di ricerca è un’arma potentissima che può influenzare i navigatori, in prima battuta per esempio per l’indicizzazione e di conseguenza il posizionamento della pagina dove è contenuta l’informazione che cerchiamo. Infatti è provato che i navigatori nella maggior parte dei casi visualizzano solo i risultati della prima pagina della ricerca, pochi si spingono a visionare anche la seconda e pochissimi arrivano oltre la quinta.

Parlando nello specifico dei motori di ricerca è importante precisare che questi colossi hanno nelle mani una enorme quantità di informazioni (continua linfa vitale per il cosiddetto sistema Big Data) che opportunamente filtrata e organizzata permette di fare analisi sempre più approfondite in ambito sociale, economico e politico. Questi dati possono dunque essere utilizzati a scopo commerciale ma anche e soprattutto “politico”, ecco perché esiste sempre più un legame forte, ma che si tende a celare, tra i motori di ricerca e le agenzie governative soprattutto americane che sempre più spesso anche in maniera forzata e non trasparente pretendono l’accesso ai server dove sono contenuti i dati delle ricerche effettuate dagli utenti; questo soprattutto per analizzare macro scenari di riferimento per il futuro e mettere in campo azioni politiche mirate.

Se, come abbiamo visto, la rete soprattutto negli ultimi anni soffre una “crisi” in primo luogo forse d’identità, quali sono allora i cambiamenti principali che si stanno sviluppando? La rete come siamo abituati a conoscerla, ossia quella in chiaro e fruibile dalla maggior parte degli utenti, può essere definita come “Internet generalista”. I cambiamenti in corso stanno portando progressivamente alla creazione di alcuni comparti con caratteristiche omogenee:

 

  • Internet delle cose o Internet degli oggetti: (IoT): ossia gli oggetti di uso comune dotati di una connessione alla rete; in tal modo gli oggetti o i luoghi diventano “intelligenti” (smart objects); gli ambiti di applicazione sono molteplici: domotica, automobili intelligenti e strumenti biomedicali;
  • Internet del valore: ossia al servizio dell’economia e della finanza con la conseguente creazione di ricchezza proprio grazie all’utilizzo delle enormi potenzialità della rete (dal commercio elettronico fino alle più recenti criptovalute); si tratta di uno scambio di “valore” (monetario o più in generale intellettuale o portatore di un diritto) tramite l’utilizzo di piattaforme di interazione che dovrebbero però essere estremamente affidabili e sicure;
  • Internet delle persone: il corpo umano diventa ibrido, carne e chip, con la possibilità di interazione biotecnologica (per esempio grazie all’introduzione nel corpo umano dei microchip o altri apparati biomeccanici ed elettronici).

 Il grande interrogativo rispetto a questi cambiamenti riguarda la loro valenza e soprattutto il loro impatto. Si tratta di un’evoluzione della rete tradizionale o di appendici collaterali? Una rivoluzione o un’involuzione? Forse la risposta a questi interrogativi potrà venire solo con il tempo e con il consolidamento di alcuni processi in atto.

Riflettendo sulle tre direttrici individuate possiamo notare che realmente nel prossimo futuro la rete avvolgerà con i suoi contenuti tutti i singoli aspetti della nostra vita: gli oggetti, i beni immateriali e i servizi, ma addirittura anche il corpo umano.

Forse Matrix non sarà solo più il titolo di un film ma la nostra realtà a quel punto non più solo virtuale.

Il Deep Web

La rete stessa ha creato e sta sviluppando i propri anticorpi, creando spazi nascosti e separati dove si cerca di sovvertire la logica del web tradizionale. Paradossalmente la privacy diventa un aspetto importante proprio perché nel web in chiaro, come abbiamo visto, è uno dei punti deboli più rilevanti. Perciò nella parte nascosta del web per poter usufruire dei suoi contenuti si utilizzano applicativi, come per esempio il programma Tor, che permettono di rendere anonima la navigazione; questo ovviamente in nome di una maggiore tutela della privacy ma anche per sfruttare la rete per scopi poco leciti. Dall’altro lato e contestualmente si è creato, quasi inconsapevolmente, un altro sistema economico retto su monete digitali e virtuali, come per esempio Bitcoin.

Questa parte del web, come abbiamo visto, è la parte più estesa ma anche quella sommersa.

È possibile fare una classificazione tassonomica cercando di suddividere la rete in vari livelli dove vengono accomunati i contenuti che presentano le medesime caratteristiche:

 

  • Clearnet, ossia il web in chiaro che si può navigare tranquillamente tramite i normali brower e indicizzati dai più comuni motori di ricerca;
  • Deep web, ossia i siti presenti in rete ma non indicizzati dai motori di ricerca;
  • Darknet, ovvero le reti virtuali navigabili utilizzando appositi sistemi che rendono anonima la navigazione quali per esempio Tor, Freenet e I2P e che necessitano di password di accesso o sono protetti in altro modo;
  • Dark web, ossia la parte del web che fa riferimento prevalentemente al contenuto accessibile tramite le darknet e spesso illegale (vendita di armi, stupefacenti, materiale pedopornografico).

Nel Deerk Web, ma in particolare nel Deep Web, ci sono, però, anche alcuni aspetti positivi; per esempio con stupore potremmo scoprire che qui si annida la maggior parte della cultura scientifica della rete, ma anche gli attivisti di ogni forma e specie, da quelli informatici a quelli politici e religiosi, che trovano proprio in questa parte del web un conclave riservato e ristretto per confrontarsi e il più delle volte far scaturire nuove proposte. Lo stesso Deep Web di frequente è utilizzato dai governi e dai servizi di intelligence per sondare i pericoli internazionali per esempio in funzione antiterroristica e preventiva; ma in questi contesti sono attivi anche i centri di ricerca delle multinazionali per catturare alcune tendenze in anteprima. Esistono poi interi mercati dell’informazione dove è possibile rintracciare notizie riservate. In questa porzione del web, inoltre, si sperimentano e si anticipano metodi innovativi di transazioni, azioni di marketing e di distribuzione del valore che poi gradualmente vengono diffuse e diventano di pubblico dominio.

Il Dark Web

Il Dark Web, invece, è la parte ancora più profonda e buia del Deep Web e si caratterizza sia per la modalità riservata e protetta dell’accesso sia per quanto riguarda la tipologia dei contenuti.

Si può vendere e acquistare di tutto, affittare un hacker, contattare attivisti, visitare biblioteche pirata, ottenere servizi vari di anonimato, trovare siti dei media per ricevere soffiate, ottenere e utilizzare dati personali altrui rubati precedentemente. Se queste potrebbero sembrano attività “tranquille” è possibile segnalarne altre ben più pericolose: outlaw market (mercati neri), contrabbando di sigarette, negozi che vendono droghe, armi, lettori di carte magnetiche, sistemi di lavaggio e riciclaggio di cryptomonete, siti che spiegano come intrufolarsi in edifici e scuole, smercio di denaro e documenti falsi, siti di propaganda e di organizzazioni terroristiche, siti pedopornografici, webcam private dove vengono riprese sevizie sugli animali o sugli esseri umani dietro pagamento comunque di somme molto elevate e addirittura si può assoldare un killer.

Generalmente le merci e servizi si pagano con le cryptomonete, come per esempio Bitcoin.

Le criptovalute

Le nuove forme di moneta digitale rappresentano una novità rilevante non solo nella terra di confine e sovrapposizione dell’economia con il mondo ipertecnologico, avendo trovato terreno fertile nel Deerk Web, ma di certo si stanno diffondendo rapidamente, invadendo di fatto piano piano anche la vita reale.

Una criptovaluta è fondamentalmente una rappresentazione digitale di valore basata sulla crittografia. L'etimologia del vocabolo deriva dalla fusione di "cryptography" (crittografia) e "currency" (valuta). Le criptovalute utilizzano tecnologie di tipo peer-to-peer (p2p) su reti i cui nodi risultano costituiti dai computer degli utenti, situati potenzialmente in tutto il globo. Su questi computer vengono eseguiti appositi programmi che svolgono funzioni di portamonete. Non c'è attualmente alcuna autorità centrale che le controlla. Le transazioni e il rilascio avvengono collettivamente in rete, pertanto non c'è una gestione centralizzata. Come è facile intuire questo rappresenta un elemento di rottura nell’ambito del sistema monetario tradizionale ed è allo stesso tempo il punto di forza e di debolezza dell’intero sistema. Il controllo decentralizzato, infatti, funziona attraverso una tecnologia di contabilità generalizzata, generalmente la cosiddetta Blockchain, che funge da database delle transazioni finanziarie pubbliche protette, ma che potenzialmente potrebbero essere soggette a possibili attacchi informatici.

La prima e più famosa tra queste nuove forme di monete è Bitcoin. Dal 2009 dopo l’avvento di questa moneta sono nate nel mondo tantissime altre criptovalute, subito ribattezzate altcoin (alternative coin, ovvero monete alternative a quella originale).

Alcuni stati, tra cui il Giappone, hanno addirittura riconosciuto Bitcoin come moneta a corso legale e dunque può essere usato legalmente al posto della valuta locale.

Insomma, come si può notare, dentro e oltre i confini del web c’è una jungla imperscrutabile, ma dalla quale forse si sta aprendo una strada che corre verso un futuro incerto e insondabile; come ha dichiarato il padre fondatore della rete Tim Berners-Lee: «Non suona ormai un poco datato un essere umano che naviga sul web?».