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Pinocchio: l'altra faccia - Aprile 2019


 

«C'era una volta... – Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta un pezzo di legno. Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d'inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze».

Inizia così uno di più celebri romanzi di formazione della letteratura italiana e forse mondiale, con all’attivo oltre 240 traduzioni. Già dalle prime battute si capisce che non si tratta della favola “classica”: non si parla né di principi né di castelli incantati, pur essendoci una fata, ma il protagonista è un umile pezzo di legno in attesa di diventare un bambino in carne e ossa.

La storia di Pinocchio ha fatto compagnia nell’adolescenza di molte generazioni: un giusto e misurato connubio tra letteratura pedagogica e quella classica dell’infanzia dove però il protagonista è un perdente, il tutto imbastita con una lieve ma costante dose di malinconica disillusione. Sono, forse, proprio questi gli ingredienti che nel tempo ne hanno decretato il successo.

“Le avventure di Pinocchio” di Carlo Collodi è il racconto più famoso della tradizione culturale italiana e dopo la Bibbia la storia più diffusa al mondo con all’attivo molteplici traduzioni, riproduzioni in film, cartoni animati e trasposizioni teatrali: la famosa storia del burattino così ha raggiunto milioni di persone nel corso di diversi lustri. Ancora oggi è nelle classifiche dei libri più venduti. Questo popolarissimo testo sembra, però, racchiudere molti misteri, diversi simbolismi e significati nascosti spesso sfuggenti a una semplice lettura “profana” e superficiale. Per addentrarci nel mondo inesplorato di Pinocchio bisogna, però, prima conoscere più da vicino il suo autore.

 Chi era Collodi

Carlo Collodi è lo pseudonimo di Carlo Lorenzini, scrittore e giornalista fiorentino vissuto a cavallo del XIX secolo. Sua madre Angiolina era figlia del fattore dei marchesi Garzoni Venturi e amministrava il podere di Veneri, alle porte del paese di Collodi, il cui nome ha ispirato lo pseudonimo che ha reso famoso lo scrittore in tutto il mondo.

Si è spesso parlato dell’affiliazione di Collodi alla massoneria. Sebbene, in effetti, negli ambienti massonici si parla da sempre e con insistenza di tale presunta appartenenza dell'illustre scrittore, tuttavia, non vi sono prove certe. La tesi dell'affiliazione di Collodi si fonderebbe su un'errata comprensione di un saluto in calce a una sua lettera: in essa la contrazione ''suo affo'' è stata letta come ''fratello'' anziché ''affezionato''.

La storia narrata da Collodi comunque sembra disseminata di alcuni elementi che farebbero pensare alla vicinanza dell’autore proprio ad ambienti massonici ma anche a una certa confidenza con le tematiche esoteriche. Per esempio, quando il burattino arriva finalmente dove dovrebbe essere la casa della Fata, vi trova soltanto una pietra di marmo con incise queste parole: “Qui giace la bambina dai capelli turchini morta di dolore per essere stata abbandonata dal suo fratellino Pinocchio”. Allo stesso modo anche gli altri burattini di Mangiafuoco riferendosi a Pinocchio lo chiamano “fratello”. Questi appellativi non sembrano inseriti a caso ma potrebbero essere chiari riferimenti proprio ai fratelli massonici e alla vicinanza dell’autore con questi ambienti. Sta di fatto, comunque, che il racconto di Collodi non può essere considerato tout court semplicemente una piacevole lettura per adolescenti, ma nasconde ben altro.

Uno romanzo non solo per bambini

Il titolo completo del libro è “Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino”. Prima di diventare il best seller che conosciamo era un semplice romanzo a puntate, pubblicato nel 1881 sul “Giornale per bambini” edito da Ferdinando Martini. Il finale era però completamente diverso: Pinocchio, infatti, non diventava un bambino in carne e ossa, ma moriva impiccato a una quercia per mano del Gatto e la Volpe. I lettori del giornale, prevalentemente giovani o giovanissimi, rimasero talmente stupiti dal macabro epilogo che scrissero in massa alla redazione, chiedendo che Collodi modificasse l’epilogo della storia. Anche se non pienamente convinto, accontentò i propri fan e cambiò il finale facendo diventare Pinocchio un bambino vero, insomma con il finale che tutti conosciamo.

C’è una curiosità a proposito proprio del titolo. Pinocchio è una marionetta ovvero un pupazzo di legno che si manovra con i fili e non un burattino che invece viene manovrato da sotto infilandovi la mano dentro. Nel libro però è chiamato, impropriamente, burattino.

La sua caratteristica più nota, come ben sappiamo, è il naso che si allunga a dismisura quando dice le bugie. Pinocchio è fondamentalmente buono e innocente, ma cade spesso nella tentazione di farsi trascinare da brutte compagnie ed è incline alla menzogna. A causa di queste caratteristiche si ritrova spesso nei guai, dai quali riesce però sempre a cavarsela. In questo impianto narrativo si intravede, dunque, la classica morale delle favole indirizzata ai più piccoli in funzione educativa, ma anche un monito per i più grandi che comportandosi come Pinocchio potrebbero restare per sempre perenni bambini nell’animo.

I livelli si lettura sono molteplici, soprattutto se poi si presta attenzione ai personaggi e ai vari elementi che costituiscono gli episodi dell’intero racconto.

Una lettura diversa

Secondo Elémire Zolla:”il Pinocchio di Collodi è un miracolo letterario dalla profondità esoterica quasi intollerabile”. Per capire meglio questa affermazione bisogna partire necessariamente dal nome del protagonista. L'origine del nome non è chiara: in prima battuta è possibile riscontrare il fatto che Pinocchio significa “pinolo” e che potrebbe far riferimento nell'antico dialetto toscano all'albero Pinus pinea. Il nome, inoltre, potrebbe essere un’allusione alla ghiandola pineale, cioè la manifestazione fisica del “terzo occhio”: pin-occhio (occhio–pineale). Nell'accezione di pinolo si possono riassumere simbolicamente le caratteristiche del personaggio, come evidenziato anche da Gérard Génot: il seme come “valore filiale, infantile”, nel suo stesso essere di legno, insomma “la carne nel legno, la germinazione nella durezza”.

In quest’ottica, dunque, è possibile individuare i primi elementi che inducano a pensare che si tratti di un racconto iniziatico velato sotto la forma della favola per bambini. L’intreccio narrativo conterrebbe diversi elementi simbolici appartenenti all'antichissima tradizione magica e “sotterranea” della letteratura italiana che parte da Apuleio e attraverso la poesia medioevale di Federico II e Dante Alighieri approda fino all'esoterismo del Rinascimento.

Chiave di lettura gnostico-massonica

Pinocchio simbolicamente potrebbe rappresentare la storia di un'iniziazione: una marionetta di legno, simbolo della meccanicità della persona che aspira a ritrovare la sua anima. Un’allegoria del sé inferiore che tende a modellarsi per diventare un essere umano che prova emozioni e quindi migliore: né più né meno, dunque, di quello che è il processo alchemico e allo stesso modo il percorso massonico dall’iniziazione fino all’ultimo grado. Il pezzo di legno rappresenterebbe proprio la pietra grezza che in massoneria va smussata e lavorata con gli attrezzi tipici degli scalpellini (molto simili anche a quelli di Geppetto) e che si ritrovano simbolicamente anche nelle logge massoniche.

Lo stesso episodio, per esempio, della sua trasformazione in asino in termini esoterici indica che egli è più vicino alla sua dimensione materiale più che a quella spirituale, impersonata da questo animale testardo. Questa parte della storia è un riferimento letterario chiaro ad Apuleio e alla sua opera “Le Metamorfosi” o “Asino d'oro”, un classico studiato nelle scuole misteriche e anche nelle logge massoniche.

Il tema dell'autonomia e dell'auto-miglioramento è fortemente ispirato agli insegnamenti gnostico-massonici: la salvezza spirituale è qualcosa che dev'essere meritata attraverso l'auto-disciplina, la conoscenza di sé e la forza di volontà.

Un altro riferimento alle tematiche massoniche si può individuare nella spoliazione dai metalli da parte del profano durante il rito di iniziazione, all’inizio del quale bisogna necessariamente consegnare tutto il denaro, in metallo o banconote, i gioielli e gli oggetti metallici in possesso. Questo rito simboleggia l’abbandono dell’attaccamento alle idee preconcette e il distacco da ogni passione ed elemento materiale prima di entrare nella loggia. La stessa cosa avviene a Pinocchio nel momento in cui semina nella terra le monete d’oro; infatti, proprio da quel momento inizia il suo cammino verso la “salvezza” finale. Il Paese dei Balocchi, infine, è una metafora della vita “profana”, così intesa in ambito massonico, caratterizzata dall'ignoranza, dalla ricerca della gratificazione immediata e dalla soddisfazione degli istinti più bassi.

Anche i personaggi della storia potrebbero avere una valenza simbolica. In questa prospettiva Mangiafuoco corrisponderebbe a Mammona che nei Vangeli è equiparato al denaro e più propriamente al potere della mondanità, mentre in Lucignolo è rinvenibile Lucifero che, come il Gatto e la Volpe (le passioni del corpo), distraggono Pinocchio dalla scuola e quindi dalla possibilità di accedere a un livello di conoscenza superiore; nella Fata Turchina si esprimerebbe l'archetipo della Grande Madre, assimilabile a Iside ma anche alla Madonna cristiana che aiuta infine Pinocchio a ricongiungersi al “padre”. Queste considerazioni, così impostate, farebbero sfociare l’analisi in un’altra chiave interpretativa.

Chiave di lettura spirituale

Alcune vicende della storia potrebbero essere riconducibili a elementi attinti dal filone spirituale. Già nella “creazione” di Pinocchio si può riscontrare un evidente parallelismo con le vicende bibliche e religiose. Geppetto è creatore e padre e non a caso falegname proprio come San Giuseppe, ma va oltre la funzione del padre putativo di Gesù perché inconsapevolmente fornisce a Pinocchio anche la possibilità di diventare “umano”. Si può notare, quindi, un’apparente inversione del paradigma o forse anche una sovrapposizione: Gesù muore su un pezzo di legno della croce mentre Pinocchio nasce proprio da un pezzo di legno.

Pinocchio, come in generale ogni essere umano, è insidiato da intelligenze maligne, diabolicamente più astute di lui (il Gatto e la Volpe); non avrebbe alcuna possibilità di salvezza senza l'intervento della Fata Turchina e di altre creature benevole. Infine Pinocchio non può restare prigioniero di Mangiafuoco perché a differenza degli altri burattini ha la consapevolezza di avere un “padre”.

C’è, poi, un altro episodio significativo che rientra chiaramente in tale matrice spirituale: Pinocchio nel ventre del pescecane, un chiaro riferimento al racconto biblico di Giona nell'Antico Testamento. Simbolicamente rappresenta la resurrezione e può essere collegato, come abbiamo visto, al tema del perfezionamento dello spirito; l’ambiente descritto nella pancia del grosso animale marino potrebbe coincidere anche nell’arredo al cosiddetto gabinetto di riflessione in cui vengono fatti sostare i neofiti per l’iniziazione massonica.

Anche la stessa figura della Fata potrebbe rappresentare Maria per il suo intervento provvidenziale e per la sua strumentalità a Geppetto. Dopotutto la storia di Pinocchio è l’archetipo della ribellione e del ritorno al Padre: un’espansione della parabola del figliuol prodigo.

Pinocchio viene impiccato, ma risorge ed ecco la sua “morte iniziatica”: in questo caso si sovrappongono la chiave di lettura esoterica con quella più prettamente spirituale.

Insomma la storia del burattino di Collodi in sostanza narra la condizione umana, in quella perenne guerra del libero arbitrio della coscienza con se stessa. Diceva Edoardo Bennato nella famosa canzone “È stata tua la colpa” del concept album “Burattino senza fili“ del 1977 interamente dedicato all’opera di Collodi: «È stata tua la colpa allora adesso che vuoi? Volevi diventare come uno di noi, e come rimpiangi quei giorni che eri un burattino ma senza fili e adesso invece i fili ce l'hai!» e ancora «Adesso non fai un passo se dall'alto non c'è qualcuno che comanda e muove i fili per te adesso la gente di te più non riderà non sei più un saltimbanco ma vedi quanti fili che hai...».

In conclusione, pertanto, a futura memoria per tutti i bambini che saranno adulti, come riporta lo stesso Collodi: «Metti giudizio per l'avvenire e sarai felice».