Domenica, 05 Aprile 2020

Giornalista iscritto all'Albo Nazionale dal 2012

Attualmente redattore del mensile Mistero

rivista dell'omonima trasmissione televisiva di Italia Uno

 

Per contatti e richiedere la presentazione dei libri mail: g.balena@libero.it

Nessun evento trovato
loader

Rassegna stampa

 

Notizie ANSA

A+ R A-

Ischia La porta di Agharta - Settembre 2016

 

Nel 1588 il medico Giulio Jasolino nel suo libello "Dè rimedi naturali che sono nell' isola di Pithecusa hoggi detta Ischia” così narrava: «nel monte esservi un profondissimo antro ombroso per spazio di due miglia, e cinquecento miglia dè boschi, e molto dilettevole per lo mormorìo dè ruscelli. Indi dopo così lunga discesa si scopre un'altra spelonca, la quale nell' incontro già oscura, ha un tempio consacrato a Giove, poi nell' ultimo dell'andito gli abitatori affermano esservi il letto di Tifone». Versi sibillini scritti appositamente forse per una zona specifica dell’isola d’Ischia che è descritta in maniera inusuale: pur tenendo conto della straordinaria bellezza del paesaggio, il medico studioso si sofferma, però, su alcune peculiarità curiose; qualcosa che ci riporta a un passato antico e misterioso. Ischia è un luogo incantevole e magico. Magico in tutti i sensi.

Il Monte Epomeo

Il monte Epomeo con i suoi 789 metri è la parte più alta dell'Isola d'Ischia. Si tratta di uno vulcano inserito al centro di un complesso sistema di faglie attive, il cui processo di sollevamento è iniziato circa 100mila anni fa, come dimostra il fatto che tutta l'isola è stata interessata più volte in passato da un'intensa attività vulcanica. Il Monte Epomeo domina Ischia e rappresenta circa il 34% della superficie totale della celebre “isola verde”; non è un vero e proprio vulcano ma un immenso blocco inclinato di tufo verde fuoriuscito dalle profondità della terra al termine di una grande eruzione di tipo esplosivo circa 55mila anni fa.

Fin dal tempo delle colonizzazioni greco-romane l’isola è stata considerata uno dei luoghi in cui Zeus recluse Tifone, proprio al di sotto del Monte Epomeo.

Secondo la leggenda il primo a visitare questo posto è stato un pastore greco che si chiamava proprio Epomeo il quale, stabilitosi sull’isola, si scavò una grotta nel tufo e qui rimase fino alla vecchiaia; le sue lacrime diedero vita alle famose acque di Buceto, Nitrodi e Olmitello. Una terra, dunque, strettamente collegata alla mitologia e alle storie leggendarie.

Il mondo di Agharta

Un luogo magico e affascinante allo stesso tempo: oltre all’incantevole scenario paesaggistico questa terra nasconde al suo interno qualcosa di profondamente misterioso.

Il Monte Epomeo, infatti, è ritenuto essere uno dei punti di accesso al mitico mondo sotterrano di Agartha insieme ad altri dislocati in vari punti della Terra; tra questi il Polo Nord, il Polo Sud, le piramidi di Giza in Egitto e il deserto del Gobi in Mongolia, così come descritto nel 1908 dallo scrittore Willis George Emerson nel suo romanzo fantastico dal titolo "Il Dio fumoso o il Viaggio nella Terra Cava". Il romanzo si presenta sotto forma di un resoconto del viaggio di un marinaio norvegese, Olaf Jansen che giunge all'interno della Terra, dove si troverebbe il mitico regno di Agartha, attraversando un passaggio situato al Polo Nord. Secondo il resoconto Agartha, illuminata da un "fumoso" sole centrale, è composta da una fitta rete di colonie e abitata da uomini alti circa quattro metri. La capitale del regno è Kalapa, paragonabile addirittura all'originario Giardino dell'Eden.

Il primo a parlare del Monte Epomeo come una delle entrate di questo misterioso mondo è stato Corrado di Querfurt, vescovo di Hildesheim e poi di Würzburg, ma soprattutto cancelliere di Arrigo VI dal 1194 al 1201. Nel 1196 in una serie di epistole il vescovo tedesco parla di come sia riuscito a penetrare in un anfratto su un monte, raggiungendo una misteriosa città sotterranea, prima di essere costretto alla fuga da alcuni guardiani “fatti di aria”, ma armati di spada e frecce. Quefurt ha individuato e ubicato il monte in questione sull’isola di Ischia; proprio la stessa zona che notoriamente, secondo un retaggio che si perde nella notte dei tempi, era considerata la sede delle anime penitenti, una specie di limbo che si estendeva, secondo la leggenda, fino ai Campi Flegrei.

La zona, dunque, è in relazione, proprio per la sua conformazione morfologica, con il culto dei morti ed esotericamente con il concetto della rinascita. Il mito di Agharta, dunque, trova un punto di contatto proprio con questa credenza locale delle anime penitenti che da sempre sono associate al mondo sotterraneo degli inferi.

La ricerca della terra cava e del regno di Agartha ha coinvolto anche i Nazisti durante la seconda guerra mondiale. Hitler era ossessionato dall’esoterismo e dai miti di antiche civiltà tecnologicamente evolute e ancora nascoste in qualche parte della terra; negli anni in cui è stato al potere ha provato spasmodicamente a cercare tracce di queste testimonianze ma con scarso successo. A Ischia, in particolare, i Nazisti avrebbero cercato l’entrata del possibile tunnel dell’Epomeo partendo dal luogo più misterioso dell’isola, la grotta di Mavone, oggi praticamente inaccessibile e situata in località Scannella (frazione di Panza a Forio d’Ischia) su un costone roccioso a picco sul mare. Le ricerche sarebbero poi proseguite con l’analisi della Grotta del Mago che si trova a Ischia Ponte dopo gli scogli di S. Anna, ma attualmente solo parzialmente accessibile. Anticamente è storicamente accertato che in questi luoghi si praticasse il culto solare.

San Nicola e il culto della rinascita

Sulla sommità del monte Epomeo ci sono due terrazze: su di una si accede alla fine di un tortuoso sentiero in salita; qui si affaccia una chiesetta del 1459 scavata nel tufo e dedicata a San Nicola di Bari. Un tempo era un eremo, divenuto famoso poiché vi si ritirò Giuseppe d'Argut, governatore di Ischia sotto Carlo di Borbone.

Prima di tutto è importante notare la strana assonanza fonetica tra Argut e Agharta, anche se questa può essere relegata solo alla mera coincidenza. L’elemento, invece, più importante è certamente un altro: il collegamento tra il culto di San Nicola e quello solare anticamente, come abbiamo visto, già praticato in loco. È incredibile notare come la basilica di San Nicola a Bari e la chiesa sulla sommità del monte siano quasi perfettamente allineate dal punto di vista geografico. Questo lascerebbe intendere un collegamento importante, non solo nominativo, tra i due luoghi.

In prima battuta va rilevato la grande valenza esoterica del posto, dove ritroviamo contemporaneamente il culto solare e il mito di Agharta; in altre parole uno straordinario esempio pratico del famoso motto “come sopra così sotto”: il culto solare in superficie e quello di Agharta nelle viscere della terra. Tra l’altro nella descrizione classica della mitica civiltà sotterranea l’elemento fondamentale è proprio il culto del sole nero all’interno della terra cava.

Il culto solare è un retaggio vecchissimo che pone al centro delle credenze mistico religiose proprio l’astro celeste per eccellenza, inteso in primo luogo come generatore di luce e quindi di vita.

San Nicola è noto anche al di fuori del mondo cristiano perché la sua figura ha dato origine al mito di Santa Claus ossia del nostrano Babbo Natale. Si venera il 6 dicembre, proprio a ridosso del culto del Sol Invictus e con esso ha uno stretto collegamento. Questa festa pagana ripresa poi e inglobata nella celebrazione cattolica del Natale indica l’invincibilità del sole che, dopo il periodo invernale, torna ad allungare le giornate e le ore di luce. Rappresenta, quindi, simbolicamente la rinascita.

Il culto del sole e della rinascita, però, presuppone uno stretto collegamento complementare con la morte e con l’oscurità. Il monte Epomeo, dunque, racchiude in sé il ciclo completo con una forte valenza simbolica: morte e rinascita.

In natura e dal punto di vista astronomico questo ciclo è compreso nell’alternarsi della luna e del sole. L’etimo del nome Nicola deriva dall’unione di due parole greche “Nike” e “Laos” e significa quindi “Vincitore del Popolo”. Per gli antichi, infatti, la “Vittoria” era personifica dalla “Nike”. Questa divinità era l’immagine del potere invincibile di Zeus e di Pallade Atene. Quest’ultima era venerata anche con il nome di Atene Nike e non era alata poiché, essendo l’alter ego della divinità, non si poteva staccare da essa. Atena era inoltre, secondo la mitologia classica, la personificazione della sapienza, dell’agilità e della guerra. Essa era anche la regina del cielo e una delle dodici divinità più importanti dell’Olimpo, nonché una delle tante facce della Grande Madre e del suo archetipo la Dea Bianca, cioè la luna. Come si può quindi notare la figura di San Nicola è ambivalente e sintetizza e nasconde in sé il principio maschile e femminile.

Ecco che il ciclo si chiude e possiamo comprendere meglio la grande carica esoterica di questo posto: sole e luna, microcosmo e macrocosmo, morte e rinascita, buio e luce.

Tutto questo è solo leggenda? Non proprio. Personaggi insospettabili si sono occupati dell’argomento. La famosa astrofisica italiana Margherita Hack, per esempio, nel suo libro “Notte di stelle” riepiloga tutta la storia suggestiva di Agharta, arrivando persino a riportare una cartina di Max Fyfield, raffigurante in sintesi la Terra Cava e i suoi ingressi. Tra questi, come sottolineato con stupore dalla stessa Hack, figura proprio anche il Monte Epomeo. Stelle e anfratti sotterranei: come sopra così sotto.