Lunedì, 21 Settembre 2020

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Attualmente redattore del mensile Mistero

rivista dell'omonima trasmissione televisiva di Italia Uno

 

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Notizie ANSA

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C'era una volta la Materit...

C’era una volta una fabbrica che produceva un prodotto bianco e soffice, quasi fosse neve. Purtroppo non è una favola, ma un incubo. Quella “neve” artificiale che ha coperto la vita di molti lavoratori, era amianto. Quella fabbrica era l’archetipo della favola industriale della Val Basento, ma non ha mai avuto il suo lieto fine. C’era una volta una fabbrica con i suoi sacchi di veleno stipati e ben ordinati. Alcuni di questi “abbandonati” sul ciglio della Strada Statale Basentana. C’era una volta una landa desolata dove gli abitanti continuano ad ammalarsi e a morire. Purtroppo non è una favola, ma è la realtà che spesso ha le sembianze di un incubo. Soldi, inquinamento, morte. Sono le tre parole che s’intrecciano pericolosamente nell’intera vicenda dell’ex Materit S.r.l. di Macchia di Ferrandina, in provincia di Matera. Azienda del gruppo Fibronit con sede amministrativa a Casal Monferrato è stata in attività dal 1973 al 1989, quando fu chiusa dal Nucleo operativo ecologico dei carabinieri a causa della mancanza della discarica autorizzata per lo smaltimento dei propri rifiuti. L’azienda fu posta in liquidazione e i lavorati furono messi in cassa integrazione. Da quel momento si attende ancora il lieto fine della bonifica.

 La favoletta dell’amianto

L'amianto o asbesto è un insieme di minerali del gruppo dei silicati, appartenente alle serie mineralogiche del serpentino e degli anfiboli. La sua resistenza al calore e la sua struttura fibrosa lo rendono adatto come materiale per indumenti e tessuti da arredamento a prova di fuoco. L’accertata nocività per la salute, però, ha portato a vietarne l'uso in molti paesi. Le polveri di amianto, infatti, se respirate provocano l'asbestosi nonché tumori della pleura, ovvero il mesotelioma pleurico, dei bronchi e il carcinoma polmonare. Una fibra di amianto è 1300 volte più sottile di un capello umano. Teoricamente l'inalazione anche di una sola fibra può causare patologie mortali. L'amianto è stato utilizzato fino agli anni ottanta per produrre la miscela cemento-amianto (nome commerciale Eternit) per la coibentazione di edifici, tetti, navi e treni; inoltre è stato utilizzato per la fabbricazione di corde, plastica e cartoni e addirittura come coadiuvante nella filtrazione dei vini. La prima nazione al mondo a riconoscere la natura cancerogena dell'amianto e a prevedere un risarcimento per i lavoratori danneggiati fu la Germania nazista nel 1943. Quarant’anni dopo, però, ai lavoratori dello stabilimento Materit mancò quasi del tutto la formazione e l’informazione sulla sua pericolosità. In Italia l'impiego dell'amianto fu bandito nel 1992. La legge n. 257 del 1992, infatti, oltre a stabilire termini e procedure per la dismissione delle attività inerenti all'estrazione e la lavorazione dell'asbesto, è stata la prima a occuparsi anche dei lavoratori esposti all'amianto.

 Un posto da incubo

Ai sensi del D. M. 18/03/2003 n. 101 il sito della Materit s’inquadra nella Categoria 1, ossia come impianto industriale dismesso con lavorazione di amianto utilizzato come materia prima. L’area dello stabilimento, chiusa e interamente recintata, si trova nella Zona Industriale di Ferrandina e ricade nel perimetro dell’area del sito inquinato d’interesse nazionale della Val Basento (riconosciuto tale con D.M. dell'Ambiente n.179/2002). Lo stabilimento è costituito da un’area di circa 77.600 m2 in parte occupata da capannoni, tettoie, piazzali e viabilità pavimentati. Gli spazi restanti sono destinati a vasche di raccolta fanghi, discarica sfridi e fanghi di lavorazione, canalizzazioni fognarie a cielo aperto e condotte. Le aree rimanenti, non coperte o pavimentate, hanno una superficie pari a circa 26.800 m2. L’area dista dal fiume Basento circa 300 metri, tanto che abitualmente il materiale di scarto accompagnato con l’acqua era smaltito tramite un condotto che sfociava direttamente nel fiume. La stessa acqua lungo il percorso del corso d’acqua era impiegata per irrigare i campi. L’amianto, insieme con altre sostanze inquinanti della zona, entrava così direttamente nel ciclo alimentare.

 C’era una volta…

La favola noir della Materit ha inizio ufficialmente nel lontanissimo 31 ottobre 1994 quando la Regione Basilicata prendeva atto della presenza di rifiuti speciali momentaneamente stoccati nel piazzale dello stesso stabilimento e autorizza la società a procedere allo smaltimento. Si deliberava che entro otto mesi dalla data di emissione del provvedimento l’azienda avrebbe dovuto completare lo smaltimento nella discarica interna di 2° categoria di tipo “B”. Il materiale oggetto delle operazioni di smaltimento comprendevano 3 mila metri cubi di fanghi secchi e 600 metri cubi di rottami e sfridi di manufatti che, dopo analisi chimiche effettuate dal dipartimento di Georisorse e territorio del Politecnico di Torino e dal laboratorio Analisys di Casanova Lonati, venivano considerati di tipo speciale non tossico nocivo con tenore di amianto (polveri e fibre libere respirabili) inferiori, comunque, alla concentrazione limite. Nel corso degli anni non solo si parlerà di livelli di contaminazione “tali da determinare un pericolo per la salute pubblica o per l’ambiente naturale o costruito”, ma magicamente negli atti ufficiali cambieranno anche i quantitativi dello stesso materiale. Dopo svariate autorizzazioni allo stoccaggio provvisorio, di fatto, la bonifica definitiva non è mai arrivata. C’era una volta uno stabilimento e il suo carico di veleni. C’era una volta e purtroppo c’è ancora. Questo è solo l’inizio della storia, anche perché il lieto fine deve ancora deve arrivare.

Pubblicato sul settimanale L'Indipendente Lucano N. 1 02/10/2011