Martedì, 18 Febbraio 2020

Giornalista iscritto all'Albo Nazionale dal 2012

Attualmente redattore del mensile Mistero

rivista dell'omonima trasmissione televisiva di Italia Uno

 

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Rassegna stampa

 

Notizie ANSA

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La libertà di stampa secondo Fabio Amendolara

Fabio Amendolara è il classico giornalista che sta sempre sulla notizia. Nel gergo giornalistico “stare sulla notizia” significa consultare la fonte, verificare i fatti e pubblicare il pezzo. Il giornalismo così come dovrebbe essere, la straordinaria normalità di questo mestiere. “Stare sulla notizia” significa soprattutto stare “sopra” la notizia, raccontarla facendo parlare i fatti. In tutto questo c’è l’essenza del diritto di cronaca. Più che un concetto astratto è il diritto-dovere di ogni giornalista. La libertà di stampa è la sommatoria del singolo esercizio del diritto di cronaca. Ecco perché ogni giornalista artigiano della notizia è il primo baluardo a difesa della libertà di stampa. Artigiano della notizia è, per esempio, Fabio Amendolara che per anni ha ricostruito minuziosamente la vicenda di Elisa Claps, fino a subire la perquisizione dell’8 gennaio 2011 per rivelazione del segreto d’ufficio in merito all’inchiesta in corso. Allora il diritto di cronaca s’incontra e si scontra con la legalità dell’ordine costituito. Come in tutti i mestieri “manuali” esiste un rischio professionale, soprattutto quando da “stare sulla notizia” si va dentro la notizia.

 Il giornalista dovrebbe cercare e pubblicare le notizie, anche quelle più scomode. Nella sua esperienza in che modo questo è diventato un ostacolo all’esercizio della libertà di stampa?

La tutela della privacy è un primo ostacolo. Nel mondo della finanza, ad esempio, la privacy è usata per impedirci completamente di accedere a qualsiasi informazione. E comincia a interferire anche nella cronaca giudiziaria. Ai tempi dell'arresto di Vittorio Emanuele di Savoia nell'inchiesta di Woodcock c'era un capitolo dedicato alla Rai per episodi di raccomandazione di vallette decise da esponenti politici di primo piano. In quel caso ci fu un intervento del Garante. Ecco: io ritengo che togliere i nomi da atti giudiziari che riguardano fatti e persone d’interesse pubblico sia assurdo. E lo è anche quando nei documenti di un'indagine non emergono fatti di rilevanza penale, sempre che questi servano a descrivere uno spaccato o un retroscena che abbia una certa rilevanza pubblica. Personalmente non mi è mai stato impedito di pubblicare una notizia se questa aveva tutte le carte in regola. In passato però ho assistito a qualche “no” nei confronti di colleghi, nonostante le notizie fossero documentate. Ricordo un episodio spiacevole. Si trattava di carte che riguardavano un politico lucano di primo piano. Uno dei capi disse testualmente: “Questa volta salta il banco”. E la notizia non uscì.

 Esiste un’emergenza nella libertà d’informazione in ambito regionale?

Oggi non mi sembra. In passato, però, da quanto raccontano i colleghi più anziani un'emergenza c'era. Mancava la pluralità dei mezzi d'informazione. La libertà di stampa non è garantita se tutte le testate appartengono a un unico gruppo di potere. Ecco perché è necessaria la proprietà diffusa, affinché sia consentito alla gente di informarsi, di proporre e di criticare. Oggi ci sono tre quotidiani, tre tv private di cui una satellitare, il Tgr e un'infinità di periodici. Parlare di “emergenza libertà” mi sembra troppo. Solo i monopoli distruggono le basi teoriche della democrazia.

 Esiste, secondo lei, in Basilicata una limitazione della libertà di stampa esercitata tramite autocensura da parte degli stessi giornalisti o degli editori?

Esistono le stesse limitazioni delle altre realtà. In Italia una notizia è pubblicabile se ha queste tre caratteristiche: deve essere vera, d’interesse pubblico e deve essere scritta con linguaggio contenuto. Quasi sempre chi si è visto cestinare un pezzo non aveva badato a questi aspetti o non li conosceva. Pensare subito a complotti e commistioni è troppo facile. Parliamo, invece, di professionalità. Ma se qualche cronista ha in mano una notizia e si autocensura è meglio che cambi mestiere.

In che misura in Basilicata esiste un vulnus pericoloso di commistione tra i potentati politici e la stampa locale?

Più che di vulnus pericoloso io parlerei al massimo di qualche caso di conflitto d'interesse. Personalmente tutto quello che ruota attorno al mondo politico non mi appassiona ed è per questo che me ne tengo alla larga. Registro però un innalzamento dell'arroganza da parte del mondo politico che accetta sempre meno di essere criticato e controllato.

 In che modo le perquisizioni che ha subito l’8 gennaio 2011 hanno influito sullo sviluppo delle sue inchieste?

Sarebbe stata una perquisizione come tutte le altre se si fossero limitati a sequestrare il documento “incriminato”. Ma hanno preferito privarmi di tutti i documenti che avevo raccolto sul caso dell'omicidio di Elisa Claps, molti dei quali erano ormai pubblici da anni. Per alcuni mesi non ho potuto consultare atti che avrebbero aiutato i lettori a comprendere meglio certi avvenimenti. Per fortuna ora ho recuperato tutto. Gli investigatori, invece, la mia fonte non la scopriranno mai.

 In altre occasioni ha pubblicato notizie coperte addirittura dal segreto di stato e non ha subìto nessuna conseguenza. Perché, invece, nel caso specifico della perquisizione, secondo lei, non è prevalso il diritto di cronaca?

Beh, se prevalga o meno il diritto di cronaca questo lo vedremo, se mai ci sarà un processo. Io ritengo che l'opinione pubblica aveva tutto il diritto di leggere quelle notizie e di farsi un'idea sull'operato degli investigatori. Mi è capitato di pubblicare anche documenti coperti dal segreto militare e informative del Sisde. Mai accaduto nulla. Per Elisa Claps c'era qualche nervo scoperto. Avevamo accertato che la Procura di Salerno – in seguito lo ha sottolineato anche il gip – si era lasciata scadere i termini dell'indagine, nonostante le tantissime segnalazioni che arrivavano dalla polizia giudiziaria. Un fatto di una gravità inaudita.

 La libertà di stampa è…

Sembra troppo ovvio, ma di questi tempi è bene ricordarlo. E’ il modo in cui si manifesta il potere di controllo della pubblica opinione, dei governati sui governanti. Per questo è il connotato essenziale di ogni società democratica. Sarebbe molto più facile governare un Paese, una comunità, un ente, senza dover rendere conto del proprio operato a nessuno, al riparo dall'occhio indiscreto della stampa. Come disse il conte di Cavour sul letto di morte: “Tutti sono capaci di governare con lo stato d'assedio”. Così tutti sono capaci di governare senza libertà di stampa. Ma, per fortuna, non siamo ancora a questo punto.

Pubblicato sul settimanale L'Indipendente Lucano N. 0 10/09/2011