Venerdì, 05 Giugno 2020

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Attualmente redattore del mensile Mistero

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Il cammino di Santiago - Dicembre 2015

 

“Buon cammino”. Con questa semplice frase si salutano centinaia di volte le persone che si mettono in cammino. Buon umore, zaino in spalla e tanta strada da fare nella maggior parte dei casi a piedi, ma anche in bici o a cavallo.

Il Cammino di Santiago di Compostela è il percorso che i pellegrini di tutto il mondo, fin dal Medioevo, intraprendono attraversando la Francia e la Spagna, per giungere al santuario situato all’estremo nord della penisola iberica, dove è custodita la tomba dell'Apostolo Giacomo il Maggiore.

Si tratta certamente del pellegrinaggio più importante della cristianità, infatti le strade francesi e spagnole, parti integranti dell'itinerario, sono state dichiarate “Patrimonio dell'umanità” dall'UNESCO.

Il simbolo per antonomasia che accompagna i viandanti nella loro fatica è la conchiglia di Santiago, denominata anche “vieiras”; nei secoli scorsi si utilizzava per accreditare i pellegrini che arrivavano a Santiago. Sin dall'antichità la conchiglia indicava metaforicamente la nascita, la vita e la purificazione dello spirito; la sua raffigurazione si ritrova negli affreschi di Pompei e nell’opera “La Venere” di Botticelli. La conchiglia, in particolare con riferimento al suo contenuto, rappresenta anche il basilare nutrimento delle popolazioni costiere. Nella tradizione cristiana, poi, è considerata, in riferimento al guscio, il simbolo della tomba che racchiude il corpo del defunto, dunque, legato al concetto della morte. L'inizio e la fine. Insomma, la vita intesa proprio come un lungo cammino, con un inizio e una fine.

“Il Cammino di Santiago, dunque, solo in apparenza potrebbe essere considerato un fenomeno di costume, ma in realtà rappresenta un’esperienza unica e personale”. È di questo avviso Rosario Recchia, quasi quarant’anni, originario di Ferrandina, un piccolo centro in provincia di Matera. Quest’anno è stato uno degli oltre duecentomila pellegrini che hanno affrontato e terminato il cammino di Santiago. Partenza da Saint Jeau Pied de Port e oltre ottocento chilometri percorsi in trenta tappe, seguendo il percorso più lungo dal versante francese e attraversando tutta la Spagna dai Pirenei all’oceano; un viaggio lento ma affascinante che ha toccato le città di Pamplona, Logroňo, Burgos e Leon, ma soprattutto una miriade di piccoli centri.

Come nasce l’idea di intraprendere il Cammino di Santiago?

Parecchie persone affrontano il cammino di Santiago come semplici turisti o come una prova di trekking, anche se ovviamente la spinta e la valenza principale resta sempre quella religiosa. Magari fanno solo il percorso più breve, quello di soli cento chilometri.

Nel mio caso, invece, ho deciso di affrontare questa prova esclusivamente per un motivo religioso e allo stesso tempo prettamente personale.

Esattamente dieci anni fa le condizioni di salute di mio padre si aggravarono in seguito a una grave forma di cirrosi epatica a tal punto che i medici ormai gli diedero solo poche ore di vita; in quel momento di disperazione e profonda tristezza mi recai a pregare nella piccola cappella dell’ospedale dove era ricoverato mio padre; il giorno successivo, quando ormai ero preparato al peggio ricevetti, invece, una telefonata dai medici che avevano in cura mio padre che mi comunicarono, con grande stupore anche da parte loro, che miracolosamente mio padre si era ripreso; nei giorni successivi le sue condizioni di salute migliorarono progressivamente e in maniera decisa fino alla completa guarigione. Mio padre è poi vissuto in buona salute per altri nove anni. Fu proprio in quel momento che feci una promessa a me stesso e a Dio: non sapevo ovviamente quando mio padre sarebbe morto, ma a un anno esatto da quella data sarei partito per affrontare il cammino di Santiago. Così è stato. Sono passati molti anni, ma non ho mai dimenticato quella promessa che avevo fatto.

Come immaginavi questa avventura prima di partire?

Immaginavo ovviamente tutta la strada da fare e temevo la fatica che si sarebbe accumulata inesorabilmente tappa dopo tappa; pensavo alle difficoltà che avrei potuto incontrare durante il tragitto, in particolare per l’alloggio e per il cibo. Inizialmente addirittura avevo in mente di accamparmi con la tenda. La promessa fatta e lo spirito di avventura, però, sono stati due elementi fondamentali; mi piaceva fantasticare sui posti che avrei visitato e questo aspetto per così dire “turistico” del viaggio stava prendendo il sopravvento nei miei pensieri.

Il cammino di Santiago, però, è un’esperienza unica, profonda, magica e misteriosa; già dopo le prime tappe mi sono reso conto che tutto quello che avevo immaginato nei giorni precedenti alla mia partenza era stato spazzato via inesorabilmente e sostituito da una dimensione più intima, mistica e di profonda riflessione.

Da subito l’elemento fondamentale è diventata la fede, come concetto ampio e dai contorni sfumati, declinata in mille modi nella fatica e nei pensieri dei tanti pellegrini in cammino.

Come ti sei preparato?

La mia preparazione è stata molto lunga: è durata circa quattro anni. In particolare ho comprato tutti i libri che trattavano questo argomento e ho visto i film e i documentari. In particolare ho letto con piacere e ho approfondito lo studio dei libri “La via lattea” di Piergiorgio Odifreddi e Sergio Valzania e “Vado a fare due passi” di Hape Kerkeling. In questi testi oltre ad apprendere informazioni tecniche necessarie per affrontare le varie tappe, ho trovato molti suggerimenti utili per l’approccio psicologico, fondamentale per chi si avvicina a questa prova.

Quali sono stati i pensieri che ti hanno accompagnato, invece, lungo il percorso mentre camminavi?

I pensieri che si affollano nella mente sono moltissimi e ovviamente lungo il cammino c’è una naturale e allo stesso tempo straordinaria propensione a pensare. Nei primi giorni si pensa soprattutto ai segnali da seguire per non perdere la strada; nei giorni successivi, invece, quando ormai hai acquisito una certa dimestichezza con le indicazioni i pensieri che mi hanno accompagnato lungo il tragitto sono stati di varia natura. Sono rimasto sorpreso nel constatare che la mente va a ripescare, senza un motivo apparente, ricordi vecchissimi che avevi quasi rimosso. Ho scoperto, però, che fa parte dell’analisi interiore che stai maturando. Sei in cammino soprattutto verso te stesso.

La bellezza del cammino, infatti, è quella di farti riallacciare il contatto con te stesso e necessariamente sei costretto a fare un’accurata analisi della vita che hai condotto fino a quel momento e come avresti voluto che fosse. Ho capito più cose di me stesso in un mese che in molti anni di vita. Il cammino è un viaggio nel viaggio. Un’esperienza straordinaria dove può succedere di tutto.

Raccontaci qualche aneddoto particolare che ti è capitato lungo il percorso.

Un giorno sono partito alle prime luci dell’alba e tutte le attività commerciali del piccolo paese dove mi ero fermato la sera precedente erano ancora chiuse, così non ho potuto fare la solita colazione abbondante necessaria per affrontare bene la tappa giornaliera. Sono partito lo stesso, ma a metà mattinata ero molto stanco e avevo fame. Non riuscivo più a camminare, così ho deciso di fermarmi per riposare un po’ e recuperare le forze. Mi trovavo in una radura e non si vedeva niente all’orizzonte, solo una distesa sterminata di campi incolti; mi sono seduto su una pietra e ho chiuso gli occhi. Poco dopo mi sono destato perché ho sentito un rumore; ho aperto gli occhi e ho visto un contadino che passava con un cesto. Mi ha rifocillato offrendomi un bicchiere di vino, un po’ di pane e alcune fette di formaggio. Ancora oggi ripensando a questa scena non riesco davvero a capire da dove sia sbucato quel contadino perché la zona era davvero deserta. Ecco questo è il Cammino di Santiago.

Che tipo di rapporto si instaura con le persone che fanno la tua stessa esperienza?

Questo è uno degli aspetti, a mio parere, più importante: riscoprire e valorizzare il rapporto con gli altri. Ti rendi conto che pur nella solitudine dei tuoi passi non sei mai solo. Quasi automaticamente si instaura un rapporto amichevole con tutti i pellegrini che incontri; fai un pezzo di strada da solo e poi li rincontri durante il percorso. La cosa straordinaria è che ci si aiuta vicendevolmente. Più volte mi è capito che persone conosciute da pochi minuti mi abbiano offerto da mangiare e mi abbiano dato dei soldi quando sono rimasto senza. C’è un clima di solidarietà e rispetto; la fede e la religiosità diventano elementi vitali e tangibili. Donare e ricevere diventano azioni quotidiane normali e quasi necessarie.

Io, per esempio, sono partito con uno zaino di oltre dieci chili; lungo il percorso ho donato molti oggetti che avevo a chi in quel momento aveva bisogno con grande piacere e con una naturalezza che mi ha sorpreso. Sono immagini e sensazioni che ti cambiano realmente e che porterò per sempre dentro di me.

Qual è l’immagine più bella che ti porterai dentro di questa esperienza?

Sono davvero tante. Le facce dei tanti pellegrini che ho incontrato. Persone anziane, giovani, malati. Ho visto anche persone sulla sedia a rotella che con passione e dedizione sono arrivate fino alla fine.

C’è un senso estremo di sacralità poi nel vedere lungo il percorso le croci che indicano le persone morte proprio mentre affrontavano il cammino.

Le tappe giornaliere, poi, ti fanno assaporare il contatto vero con la natura e si alternano dei paesaggi davvero incantevoli. Un’immagine, però, in particolare forse riassume il senso di questa avventura: il muro della cattedrale di Burgos dove ho visto una fila interminabile e multicolorata di zaini dei pellegrini affilati per terra. Quella immagine mi sovviene spesso alla mente: indica la diversità che caratterizza ogni persona, ma allo stesso tempo anche la condivisione del cammino e la volontà di arrivare alla fine. Un fotogramma molto bello scolpito nella memoria; in particolare a me ha dato la forza per continuare con una straordinaria e rinnovata determinazione, proprio quando la fatica iniziava a farsi sentire e pensavo di non farcela.

Cosa si prova quando finalmente si intravedono da lontano le guglie della cattedrale di Santiago?

Una grande soddisfazione, ma anche sentimenti contrastanti. Solo allora ti rendi conti dell’importanza del percorso che hai fatto e quasi ti mancano i sentieri che hai percorso.

La cosa più bella è assistere alla messa con il caratteristico “Botafumeiro” ossia l’enorme incensiere utilizzato per purificare l'aria della Cattedrale di Santiago quando è piena di pellegrini. Misura 160 centimetri e pesa 68 chili (100 chili quando è carico di carbone e incenso); sono necessari otto uomini per muoverlo e lanciato lungo la navata centrale raggiunge addirittura una velocità di 68 km orari.

Io personalmente ho pensato a mio padre e alla promessa che avevo fatto. Quando sono entrato in chiesa e ho abbracciato la statua di San Giacomo, come tradizione vuole, mi sono profondamente emozionato, come non mi succedeva da tanto tempo.

Alla fine, in sostanza, come ti ha cambiato questa esperienza?

Posso dire che mi ha cambiato profondamente; mi ha reso più forte e mi ha fatto capire che tutte le difficoltà della vita si posso superare, basta volerlo senza demordere.

Il cammino ti rende sicuramente più forte e ti mette al riparo dalle paure; ora ho una fede rigenerata.

Un concetto fondamentale resterà vivo in me: ho capito veramente cosa significa l’umiltà. Alla fine del cammino si arriva solo se hai l’umiltà di fare un passo dietro l’altro in maniera costante, con fatica ma consapevolmente.

“Ultreia” dice con voce pronta l’amico pellegrino; “et suseia” risponde prontamente l’altro viandante che s’incontra sul cammino; significa “più in alto” e “oltre” c’è Santiago, il cammino e la vita.

 

 

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